ORIZZONTI DI GLORIA - La sfida del cinema di qualità
  • HOME
  • REDAZIONE
  • LA VIE EN ROSE
  • FILM USCITI AL CINEMA
  • EUROCINEMA
  • CINEMA DAL MONDO
  • INTO THE PIT
  • VINTAGE COLLECTION
  • REVIVAL 60/70/80
  • ITALIA: TERZA VISIONE
  • AMERICA OGGI
  • ANIMAZIONE
  • TORINO FILM FESTIVAL
    • TORINO 31
    • TORINO 32
    • TORINO 33
    • TORINO 34-36-37
  • LOCARNO
    • LOCARNO 66-67-68
    • LOCARNO 69
    • LOCARNO 72-74-75-76-77-78
  • CANNES
    • CANNES 66
    • CANNES 67
    • CANNES 68
    • CANNES 69
  • VENEZIA
  • ALTRI FESTIVAL
  • SEZIONI VARIE
    • FILM IN TELEVISIONE
    • EXTRA
    • INTERVISTE
    • NEWS
    • ENGLISH/FRANÇAIS
  • SPECIAL WERNER HERZOG
  • SPECIAL ROMAN POLANSKI
  • ARCHIVIO DEI FILM RECENSITI
  • CONTATTI

TORINO 31 - Big Bad Wolves, di A.Keshales e N.Papushado

25/11/2013

0 Comments

 
Immagine
Dopo la buona accoglienza ottenuta al Tribeca Film Festival, approda anche a Torino Big Bad Wolves di  Aharon Keshales e  Navot Papushado (Rabies), revenge movie che lavora sulle coordinate tra i generi e sulla loro interscambiabilità. 
Dopo un violento interrogatorio culminato con una serie di sevizie e torture, la polizia è costretta a rilasciare il principale sospettato per il rapimento e l’omicidio di una bambina, un timido professore di religione. Uno dei detective però è talmente convinto della sua colpevolezza da pedinarlo e agire per conto proprio, fino a quando non verrà coinvolto nel folle piano criminale ordito dal padre della bambina uccisa. 
Comincia quasi come un Mystic River israeliano, seriorissimo e nerissimo, per poi lasciarsi progressivamente contaminare da toni grotteschi al limite della commedia. Keshales e Papushado dimostrano una competenza tecnica fuori dal comune, sottolineando la componente drammatica della prima parte con tutta una serie di soluzioni stilistiche (largo uso di carrelli, dolly e colonna sonora pomposa) talmente ossessive da risultare addirittura stucchevoli: progressivamente però lasciano intravedere i reali intenti alla base dell’operazione, trasformando il noir in farsa, la violenza in assurdità e il dramma in grand guignol. 
Big Bad Wolves si rivela quindi una sorta di cinema da camera, a metà tra Le iene e un kammerspiel Polanskiano (e non è un caso che il film sia stato apprezzato moltissimo da Quentin Tarantino), che forse si rivela più interessante da un punto di vista sociopolitico che non da quello metalinguistico: dietro gli sviluppi di questo teatro delle crudeltà si nasconde infatti uno sguardo sulla violenza della società mediorientale e sulle dinamiche che nascono e si sviluppano all’interno di essa. L’ironia dei personaggi e dei loro dialoghi arriva  a coinvolgere il rapporto tra ebrei e musulmani, tra vittima e carnefice, tra violenza che genera, inevitabilmente, altra violenza. Tutto però resta molto sulla superficie, fermandosi al livello primordiale della battuta e della risata facile, inserito all’interno di una struttura orchestrata con una certa perizia tecnica e un ritmo sostenuto che, sulle prime, sembrano attribuire al film più pregi di quanto effettivamente meriti; non sempre infatti l’alternanza dei vari registri prosegue in maniera così libera e folle come a tratti ambirebbe ad essere. 
Il film di Keshales e Papushado si arresta così ai nastri di partenza, risultando un prodotto (almeno parzialmente) fuori dagli schemi, e che non sempre trova nell’assurdo e nel grottesco la giusta chiave di lettura di un mondo impazzito e fuori controllo, nel quale la violenza è l’unico linguaggio comprensibile e dove la verità non si conferma mai per quello che sembra apparire in un primo momento (il dettaglio rivelatore nel finale).

Giacomo Calzoni

Sezione di riferimento: Torino 31


Scheda tecnica

Titolo originale: Mi mefahed mezeev hara
Regia: Aharon Keshales, Navot Papushado
Sceneggiatura: Aharon Keshales, Navot Papushado
Attori: Lior Ashkenazi, Tzahi Grad, Doval'e Glickman, Rotem Keinan
Musiche: Haim Frank Ilfman
Fotografia: Giora Bejach
Anno: 2013
Durata: 110'

0 Comments

TORINO 31 - Molière in bicicletta, di Philippe Le Guay

25/11/2013

0 Comments

 
Immagine
Serge Tanneur è un celebre (ex) attore di cinema e teatro che conduce una vita appartata e solitaria all'Ile de Ré. Da anni si è ritirato dalle scene, stanco della falsità e della cattiveria insita in un mondo zeppo di approfittatori e meschinità. Il collega e vecchio amico Gauthier Valence si reca presso di lui, e gli propone di tornare a lavorare per interpretate Alceste in una nuova rappresentazione del Misantropo di Molière. All'inizio Serge appare molto dubbioso, ma quando i due iniziano a provare insieme le battute della pièce, la fiamma dell'Arte si riaccende in lui, poco alla volta. Tra lunghe passeggiate in bicicletta e accesi confronti in cui si mescolano finzione scenica e vita reale, i due si mordono a vicenda in reiterate schermaglie dialettiche a causa delle quali tentano di sopravanzarsi uno con l'altro, lasciando esplodere i lati peggiori delle proprie personalità.
Fuori i secondi, che il match abbia inizio: non è permesso gettare la spugna, né cadere al tappeto. Bisogna vincere, perché l'orgoglio lo impone. L'Arte si insinua nella vita, e viceversa, permettendo alla parola di divenire essenziale ed esiziale strumento di scherno, gioco e vendetta. La recitazione altro non è se non lo specchio riflesso dei buchi neri che dilaniano la nostra coscienza. Si può barare all'infinito, ma all'atto conclusivo la verità non può che uscire allo scoperto. Nel mezzo, c'è spazio per dispetti, invidie e falsità, in una sciarada che frulla attimi di malcelata stima e pozzi di odio profondo. L'uomo, in fondo, è un animale crudele, pronto a perdere perfino la dignità, per intavolare battaglie clandestine che non potranno che generare sconfitte irreparabili, acuendo la convinzione di come la solitudine sia l'unica vera fonte di salvezza.
Descritto così, Molière in bicicletta, presentato fuori concorso al Torino Film Festival e uscito nelle sale italiane il 12 dicembre, pare un film ebbro di delusione e malinconia. Lo è, infatti, nelle sue precipue soluzioni logistiche e narrative. Ma quella che poteva limitarsi a essere un'amara riflessione sulla grettezza umana, si rivela invece nelle mani di Philippe Le Guay un elegantissimo e intelligente esempio di cineteatro, condotto con assoluta saldezza attraverso gli sguardi dei suoi sublimi protagonisti, uno scatenato Lambert Wilson e il solito, meraviglioso Fabrice Luchini; due attori di livello eccelso, pronti a dare il meglio gettandosi in folgoranti sequenze in cui si scornano impazziti mordendosi l'un l'altro, accompagnati da una messinscena che sa alternare con pieno costrutto registri comici e sguardi indagatori, ficcanti ironie e pepate riflessioni.
Wilson contro Luchini, faccia a faccia, voce a voce, in un continuo duello irto di pugnalate a tradimento; tra di loro una donna disillusa che cerca di guardare al futuro (la bravissima Maya Sansa), una ragazza che cerca di intraprendere una carriera da attrice di film porno, e le piccole macchiette di un microcosmo chiuso in se stesso, in cui non è semplice trovare uno spazio autonomo. Eppure è proprio lì, all'Ile de Ré, teatro a cielo aperto contornato di spiagge e sentieri nel verde, che si consuma questa appassionante e grottesca pièce in cui i protagonisti provano a lungo le scene di Molière, interrotti da odiosi cellulari che suonano in continuazione e da battibecchi che li pongono al livello di ingenui bimbi a caccia di un improbabile trionfo ai danni dell'avversario.
Già autore dell'ottimo Le donne del sesto piano, Le Guay conferma la sua capacità di lavorare su più generi, compattando una sceneggiatura fresca (nata da un'idea dello stesso Luchini) che in pochissimi momenti cala d'intensità e fervore. Conscio dell'eccezionalità degli attori con cui ha a che fare, il regista riesce a non imbrigliarli, lasciandoli liberi di esaltarsi in scene strepitose, il cui elenco si spreca: lo sfogo di Luchini contro i sopracitati cellulari, il suo goffo tentativo di parlare in italiano per pareggiare l'acerrimo rivale, il morettiano canto in macchina sulle note de "Il Mondo" di Jimmy Fontana, il mezzo affogamento di Wilson nella Jacuzzi, l'inserimento di battute indimenticabili (“Lei vuole fare i film porno. ha già provato, dice che le piace. L'unica scocciatura sono gli orari delle riprese. Già, in effetti una doppia penetrazione alle otto del mattino è una cosa complicata; alle dieci invece è più semplice... viviamo in un'epoca straordinaria”).
Senza eccessivi scollamenti, con un piglio mai compiaciuto e un epilogo tutto sommato inatteso, Molière in bicicletta risulta così un'operazione colta e affascinante, che ha entusiasmato il pubblico francese generando ottimi incassi. D'altronde, per usare le parole pronunciate da Le Guay in conferenza stampa, "in Francia abbiamo il miglior pubblico del mondo. Ci sono dei bravi cineasti, ma abbiamo anche tutta una serie di leggi che tutelano l'industria cinematografica. E soprattutto ci sono ancora tante sale con la gente pronta a riempirle. I francesi vanno tanto al cinema: siamo sempre pronti a discutere del film quando usciamo dalla sala. Ci sono perfino dialoghi accesi tra coniugi o semplicemente tra spettatori che la pensano diversamente su un film. Non si tratta solo di una forma di intrattenimento; la nostra cultura si nutre di cinema, un'arte che fa davvero parte della vita". 
Vogliamo fare un confronto con l'imbarazzate situazione italica? No, per carità, lasciamo stare. Limitiamoci a dire che Molière in bicicletta è un film seducente, fresco e delizioso; un gioiello da vedere e godere, possibilmente in lingua originale.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Torino 31


Scheda tecnica

Titolo originale: Alceste à bicyclette
Regia: Philippe Le Guay
Sceneggiatura: Fabrice Luchini, Philippe Le Guay
Attori: Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa
Anno: 2013
Durata: 105'

0 Comments

TORINO 31 – The Conspiracy, di Christopher MacBride

23/11/2013

0 Comments

 
Immagine
Siamo tutti schiavi. Vittime inconsapevoli. Burattini al servizio di entità che non possiamo vedere. Men che meno controllare. Tutto ciò che facciamo e scriviamo è sotto osservazione. Il Grande Fratello è sopra di noi, in ogni istante. Perfino la maggior parte delle sciagure più disastrose che accadono nel mondo sono decise a tavolino. I potenti della Terra sono membri di una società segreta chiamata Tarsus, espansa a livello globale e seguace dell'antichissimo culto di Mitra. Si riuniscono periodicamente, e in questi incontri di cui la gente comune nemmeno sospetta decidono il nostro destino.
Questa è l'amara verità, o almeno è ciò che Christopher MacBride vorrebbe farci credere nel suo The Conspiracy, presentato nella Festa Mobile durante la prima giornata del Torino Film Festival. Due giovani registi girano un documentario dedicato a un uomo che cerca di rivelare al popolo ciò che i membri della “setta” cercano di occultare; quando però all'improvviso l'attivista scompare, i due gli si sostituiscono, e poco alla volta ricompongono le tessere delle sue ricerche; successivamente riescono a contattare un giornalista che forse sa qualcosa in più rispetto al Tarsus, si ossessionano all'argomento, e mettono in gioco le loro stesse vite per riuscire a infiltrarsi a una delle riunioni dei potenti, con lo scopo di filmare ciò che nessuno ha mai visto.
Il mockumentary è un genere ormai diffuso a macchia d'olio, nel guado dell'horror e non soltanto. Una vera e propria moda, capace di generare prodotti di notevole livello (District 9, Lake Mungo, Cloverfield) alternati a scempiaggini inqualificabili (L'ultimo esorcismo). A qualche anno da un'esplosione dirompente e incontrollata, la tendenza accusa ormai evidenti segni di stanchezza, anche se qualcosa di buono ancora talvolta affiora (l'ottimo e inquietante The Bay). Il lavoro del canadese MacBride tenta di riattualizzare lo schema di riferimento, con l'ambizione di mettere in gioco tematiche globali per rappresentare la ricostruzione di (finti) avvenimenti in grado di dirigere la vita di ognuno di noi; per dare corpo al suo intento, il (vero) regista dà tutto in mano a due (finti) scriteriati filmmakers, vagamente stupidi e senz'altro poco simpatici, cercando di comporre una stratificazione narrativa che riesca a prendere per mano lo spettatore sino a trascinarlo nell'ultima e decisiva mezz'ora.
Obiettivo centrato? Non proprio. Nonostante una certa tensione di fondo, acuita dalle immancabili e fantasiose riprese in tempo reale, per fortuna meno traballanti rispetto ad altri insopportabili prodotti simili, The Conspiracy in più occasioni inciampa in soluzioni raffazzonate e totalmente non credibili (il modo in cui i due protagonisti riescono a entrare di soppiatto nella villa dove si svolge la riunione della setta). Se poi la prima ora risulta preparatoria all'atto conclusivo, la buona corposità sensoriale di quest'ultimo è in parte vanificata da un epilogo a mezz'aria, in cui MacBride pare non avere il coraggio di scavare davvero oltre quella soglia che ci aveva lasciato intravedere. Ne risulta così un'operazione irrisolta, timorosa, con un discreto potenziale non sfruttato fino in fondo, nonché troppo citazionista e derivativa, tanto che il convitto del Tarsus pare quasi la copia (povera) dell'indimenticabile rituale orgiastico di Eyes Wide Shut, maschere comprese.
Definito nella sinossi festivaliera un “horror satanista” (?), chissa poi in base a cosa, The Conspiracy a conti fatti conferma la saturazione di un genere che, felici eccezioni a parte, sembra ormai aver quasi esaurito le sue suggestioni.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Torino 31


Scheda tecnica

Regia e sceneggiatura: Christopher MacBride
Anno: 2012
Durata: 84'
Fotografia: Ian Anderson 
Montaggio: Adam Locke-Norton, Christopher MacBride
Musiche: Darren Baker 
Attori: Aaron Poole, Jim Gilbert, Ian Anderson

0 Comments

TORINO 31 - Il programma ufficiale

6/11/2013

0 Comments

 
Immagine
Sì, adesso lo possiamo dire: il Torino Film Festival conserva la sua identità. A essere sinceri, qualche lieve timore nei mesi scorsi si era palesato, nel momento in cui il neodirettore Paolo Virzì aveva espresso il desiderio di dare vita a un evento più popolare, dando maggiore spazio ai gusti del pubblico. Studiando però il programma completo, ufficializzato dopo la conferenza stampa di presentazione, è facile notare come lo spirito unico e irresistibile del festival torinese, improntato sulla qualità e la sostanza, sia rimasto pressoché inalterato.
Virzì è stato di parola: sono aumentati i titoli ad ampio consumo, così come è cresciuta la presenza del cinema italiano. Ma questo non ha impedito allo staff guidato da Emanuela Martini di costruire un cartellone di alto livello, con numerosissime pellicole d'autore e proposte adatte a ogni tipo di spettatore, in continuità con le edizioni (e le gestioni) precedenti. 185 film, molti dei quali in anteprima mondiale; sezioni confermate e altre rinnovate; un programma leggermente snellito rispetto agli ultimi anni ma sempre densissimo; tanto spazio per la ricerca, la diversità di linguaggi e l'originalità.
Il Concorso Ufficiale prevede 14 pellicole (non più 16), con le quali indagare tra dramma e sorrisi tra le pieghe sociali e culturali della contemporaneità: ben tre i film francesi presenti (tra cui 2 Automnes 3 Hivers di Betbeder), due italiani (La mafia uccide solo d'estate di Pif e Il treno va a Mosca di Ferrone/Manzolini), e rappresentanze sparse dal resto del mondo, con titoli sulla carta intriganti come il venezuelano Pelo Malo (vincitore a San Sebastian), l'americano Blue Ruin e il "pugno nello stomaco" giapponese A Woman and War. 
La sezione Festa Mobile, un pochino meno espansa rispetto al passato, è come sempre un contenitore debordante in cui trova spazio un po' di tutto, con titoli di primissimo piano tra cui non si possono non citare All is Lost di J.C. Chandor, Frances Ha di Noah Baumbach (passato con grande successo a Berlino), Ida di Pawel Pawlikowski (autore qualche anno fa del bellissimo My Summer of Love), Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen (applaudito a Cannes 2013) e il vampirico Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch (imperdibile). Tra loro poi anche Prince Avalanche di David Gordon Green (remake dell'islandese Either Way, vincitore proprio al TFF due anni fa), il francese Suzanne (con Sarah Forestier), e il cupissimo film indiano Ugly.
La sezione Onde non manca di riconfermare la sua essenza rivolta al puro cinema di qualità: a un primo sguardo spiccano l'omaggio alla vitalità del cinema portoghese e all'autore hongkonghese Yu Likwai e il controverso Historia de la Meva Mort di Albert Serra (vincitore quest'estate a Locarno 66). La prima parte della cospicua retrospettiva dedicata alla New Hollywood farà la felicità dei “nostalgici”, con la possibilità di rivedere su grande schermo capolavori come Easy Rider, Five Easy Pieces, The Last Picture Show di Bogdanovich, Boxcar Bertha di Scorsese e Pat Garrett & Billy The Kid di Peckinpah. Le novità invece riguardano le mini-sezioni intitolate “E intanto in Italia”, “Big Bang Tv” (con anteprime di episodi di serie televisive diretti da David Fincher e Jane Campion) ed “EuroPop”, mélange dedicato a titoli che hanno ottenuto grande successo in questi mesi in Europa: tra i titoli presenti appare indispensabile il francese Alceste à Bicyclette, sfida dialettica tra Lambert Wilson e il grandissimo Fabrice Luchini.
Ulteriore nuova sezione, senz'altro la più stimolante, è After Hours, in cui trova spazio il cinema “altro”, in un curioso minestrone di horror, thriller, commedie nere e stranezze assortite da gustare in tarda serata (ma con repliche anche al pomeriggio): tra le pellicole più significative Big Bad Wolves, nuovo lavoro della coppia israeliana Keshales/Papushado (già autori dell'ottimo e sorprendente Kalevet), Blutgletscher di Marvin Kren (regista dell'interessante zombi movie Rammbock), il canadese The Conspiracy (definito un horror “politico e satanista”), il grottesco e autobiografico La danza de la realidad di Jodorowsky, l'ancor più grottesco Wrong Cops di Quentin Dupieux (già passato a Locarno), l'horror a episodi V/H/S 2 (nella speranza che sia meglio del primo, alquanto mediocre) e l'assoluto cult italiano L'etrusco uccide ancora di Armando Crispino.
Tantissimo spazio, come di consueto, sarà dedicato ai documentari, per un vero e proprio festival nel festival. Tra una visione e l'altra, ci sarà infine posto anche per immersioni nella storia del cinema nostrano (8 ½ di Fellini in versione restaurata) e per proiezioni che emozioneranno i cinefili (l'acclamatissimo A Turin Horse di Béla Tarr, preceduto da un doc dedicato allo stesso regista). Il film di chiusura, come già annunciato, sarà Grand Piano, con Elijah Wood.
In conclusione, anche nel 2013 niente tappeti rossi, per fortuna: quelli li lasciamo volentieri ad altri “lidi”. Qualche difetto ancora c'è, soprattutto sul piano della logistica (la nuova ubicazione della Press Room in Piazza Castello e la probabile mancata reintroduzione delle indispensabili navette renderanno ancora più complicati gli spostamenti), ma sul piano strettamente contenutistico i motivi di fascino non mancano affatto, la concorrenza con Roma non spaventa (più), e l'integrità del festival appare conservata; a Torino c'è e ci sarà ancora il cinema, nella sua accezione più completa e solida.
Appuntamento sotto la Mole dal 22 al 30 novembre e in parallelo qui su Orizzonti di Gloria, con le recensioni di alcuni dei film più significativi a cui assisteremo.

Programma completo sul sito ufficiale

Alessio Gradogna


0 Comments
Forward>>
    TORINO 31

    CATEGORIE DELLA SEZIONE

    Tutti
    2 Automnes 3 Hivers
    After Hours
    Big Bad Wolves
    Carey Mulligan
    Concorso Ufficiale
    Ed Harris
    Europop
    Fabrice Luchini
    Festa Mobile
    Frances Ha
    Greta Gerwig
    Inside Llewyn Davis
    Jim Jarmusch
    John Goodman
    La Bataille De Solferino
    Lambert Wilson
    Maya Sansa
    Moliere In Bicicletta
    Noche
    Onde
    Oscar Isaacs
    Programma Festival
    Red Family
    Sebastien Betbeder
    Shane Meadows
    Stone Roses: Made Of Stone
    Sweetwater
    The Conspiracy
    The Station
    Tilda Swinton
    Tom Hiddleston
    Vandal
    Vincent Macaigne

    Feed RSS

Powered by Create your own unique website with customizable templates.