ORIZZONTI DI GLORIA - La sfida del cinema di qualità
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BIOGRAFILM 12 - The Music of Strangers: Yo Yo Ma and the Silk Road Ensemble

10/6/2016

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​È la prima serata ufficiale della dodicesima avventura targata Biografilm. Il cielo su Bologna è di umore imprevedibile, fra un capriccio piovoso e l’altro una folla curiosa ed elegante si avvicina all’Unipol Auditorium ed è per noi che, di lì a poco, il prodigio del Biografilm prende forma per una prima e già memorabile volta. 
In sala si respira la magia della straordinaria visione che Biografilm propone per la serata di gala, una scelta che ha già il suono di una promessa: “anche in questa edizione 2016 avremo cura per l’animo umano”. Sembra dire questo, la grande e ben oliata macchina del Biografilm, accogliendoci in una sala impreziosita da presenze prestigiose fresche di Giuria Internazionale: Antonio Martino, regista di Black Sheep, Olivia Corsini, Chad Gracia, regista di The Russian Woodpecker e reduce da centosedici festival. Non mancano poi le madrine: Gianna Serra della prima edizione Biografilm, l’attrice bulgara Margita Gosheva per l’edizione corrente e la cantante Nada, alla quale è affidato l’evento di inaugurazione del Bioparco di venerdì 10 giugno. Sarà la stessa Nada a salire sul palco per commentare l’importanza delle grandi storie, storie che a sua volta racconta attraverso la musica con immutata energia. 
A fare gli onori di casa sono Alberto Federici di Unipol e Andrea Romeo, direttore del Festival, innovatore dalle intuizioni brillanti e un limpido, manifesto amore per la bellezza della cultura. Cultura che può rivoluzionare linguaggi e spargersi come linfa risanatrice in una platea, cultura ancora una volta celebrata per portare il cinema di nicchia al grande pubblico. 
Romeo ringrazia i ventidue collaboratori che hanno reso possibile il sogno di una dodicesima edizione assieme. In un crescendo di curiosità generale, il direttore prepara il pubblico alla storia di Yo Yo Ma: “abbiamo scelto questo film perché contagia le persone, è il film che non ti aspetti”. Dopo una prima visione a Toronto e un trionfo a Berlino, viene distribuito in USA da The Orchard (nuova etichetta Sony) e in Italia spetterà a Unipol Biografilm Collection il compito di portarlo nelle sale. In attesa della visione aperta al pubblico – prevista per il giorno 16, alla presenza di Cristina Pato – Yo Yo Ma è piovuto sullo schermo con la sua ironia e semplicità. Ha acceso nel pubblico una fiammella di speranza, ha sussurrato al nostro orecchio i suoi segreti, ha zittito le bombe con tamburi, violoncelli e grandi talenti raccolti per il mondo.
Sullo schermo, in questa prima magica notte, c’è la promessa di un Festival all’altezza dei precedenti. Una celebration of lives che ancora una volta fa incetta di vite indimenticabili.

Il film

Può il coraggio della musica zittire la paura della guerra?
Per Yo Yo Ma non è impossibile, basta quel pizzico di incoscienza che muove le grande missioni.
Per lui, enfant prodige abituato a domare il violoncello fra gli applausi di Kennedy e Bernstein, la musica è sempre stata l’unica risposta possibile; così l’ha portata in giro, in spalla e in tasca, negli occhi e in valigia, per il mondo. Teme le interviste, teme le domande e ironizza persino sul grande successo che l’ha portato a suonare in piazze prestigiose: Yo Yo Ma, violoncellista umile nell’animo, si presenta così, fra una barzelletta da risata a denti stretti e una risposta imbarazzata. L’amico John Williams, parlando di lui, sottolinea il grande pericolo che corrono i bimbi prodigio: come mantenere vivo l’interesse? Come crescere assieme alla musica e puntare a un’evoluzione?
Sono domande che si è posto anche Yo Yo Ma, genio irrequieto, quando è andato alla ricerca della propria voce. Perché la musica, a sentir lui, “gli è capitata, l’ha fatta, ma non si è impegnato”, è una sorta di dono caduto dal cielo al quale un giorno si è visto costretto a dare un taglio personale. Per non scomparire inghiottito da una trasmissione televisiva, per non scivolare nel buio dei vaghi ricordi altrui, per darsi un significato.
L’idea è folgorante e ambiziosa: riunire in un workshop 60 elementi di ogni parte del mondo, musicisti che rechino in dote la propria cultura, i propri strumenti tradizionali. Sono sessanta musicisti sulla via della seta e si riuniscono per la prima volta nel 2000, in Massachusetts, mentre gli amanti dei repertori classici storcono il naso e accusano Yo Yo Ma di aver creato un fenomeno di turismo culturale. Per il coraggioso violoncellista però le critiche fanno parte del gioco, e il gioco stesso continua in una festosa fusione di suoni che va perfezionandosi e trova un nome: The Silk Road Ensemble.
Si intrecciano così i racconti che il regista Morgan Neville carezza uno ad uno, con tatto e profondo rispetto.
Possiamo sbirciare negli occhi umidi di un clarinettista siriano che definisce casa “il luogo dove sei libero di dare il tuo contributo senza sentirti in dovere di giustificarti” e suona lontano dalla terra natale, serbando nel cuore l’orrore per le esplosioni e la devastazione, tornando talvolta a casa per insegnare la musica ai bambini senza futuro.
Wu Man non vuole essere “solo una suonatrice cinese di pipa”, è una bizzarra rockstar che ha imparato a suonare per fuggire. Nel 1966 la Cina conosce la Rivoluzione Culturale e mentre le passioni artistiche si plasmano sui modelli imposti, Wu Man sente che il Conservatorio non le basta più: lì non si respira l’aria occidentale e lei “vuole uscire dalla Cina per vedere che sta succedendo là fuori”. Così raggiunge l’America, è una ragazza giovane e agguerrita e viaggia con uno strumento sconosciuto a molti, è tutt’altro che “una suonatrice cinese di pipa”, è pura innovazione.
Per Kayhan Kalhor la casa ha un nome e si chiama Iran. Costretto a lasciare la famiglia all’età di 17 anni, si arrabatta lavorando come contadino e si porta appresso un piccolo zaino e un Kemence, antico strumento che solo gli anziani insegnano a suonare. Per lui, quella tradizione è come una foto ricordo di casa, e diviene il punto di inizio per una crescita musicale ininterrotta. Anche quando la famiglia viene sterminata, anche quando il suo stesso paese rifiuta di accoglierlo giudicandolo “pericoloso”. Costretto a passare lunghi periodi separato dalla moglie, Kayhan suona per gli amici che ha perduto, per l’amore che non può abbracciare, per il paese che ha chiuso le porte all’arte libera.
Cristina Pato – a Bologna il giorno 16 – è una ragazza galiziana armata di gaita. La cornamusa ha per lei la voce di un padre, è la sua radice e la accompagna fra orizzonti tersi e campagne magiche, quando torna in quella terra aspra ed economicamente debole: la Galizia, nord ovest della Spagna, da sempre isolata per costumi e lingua dal resto del paese. La casa di Cristina è umile, calda, attorno alla tavola c’è una famiglia chiacchierona e allegra, una mamma dalla memoria vacillante, i piatti saporiti della tradizione. Cristina è la figlia artista un po’ ribelle, sorriso sincero e capelli screziati di verde, un fascio di energia e sentimento a servizio di una cornamusa e dei suoi lamenti toccanti.
Sullo schermo scorrono così sogni e paure. Davanti ai fatti dell’11 settembre i musicisti si chiedono “Da oggi saremo forse un gruppo di nemici?”. Nessuna xenofobia, tuttavia, può sopravvivere al ritmo indiavolato di questi strumenti uniti. L’ensemble gira il mondo per un totale di 6 album, 2 milioni di persone accorse a concerti in 33 diverse piazze. Questo film diviene così una vera missione: la missione di una come Wu Man, che torna alla ricerca della sua Cina di tradizioni musicali polverose, da scantinato, da piccolo cortile. Diventa l’opera minuziosa di un violoncellista di nome Yo Yo Man che ha fuso talenti in un ensemble che grida “Non apparteniamo a nessuno se non alla voglia di stare uniti”. La musica volta le spalle ai potenti e ai tiranni, lo stesso Kayhan sorride in camera e dice “Nessuno ricorda chi fosse il Re ai tempi di Beethoven”.
In quella frase è racchiusa la via della seta e le sue curve imprevedibili, la potenza dei suoi suoni e la forza dei suoi componenti, ciò che di bello rimarrà alle generazioni successive, i fiori sbocciati fra le bombe.
Questa dodicesima edizione del Biografilm Festival si apre con un messaggio di libertà creativa, fa danzare i piedi fra le file di poltroncine immerse nel buio e giunge ai titoli di coda con una pioggia scrosciante di applausi davanti al genio di Yo Yo Ma e dei suoi amici. Amici del mondo.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Reportage

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Scheda tecnica

Titolo originale: The Music of Strangers: Yo-Yo ma and the Silk Road Ensemble
Regia: Morgan Neville
Anno: 2015
Durata: 96'
Con: Yo-Yo Ma, Kinan Azmeh, Kayhan Kalhor, Cristina Pato, Wu Man
​Uscita italiana: 24 novembre 2016

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BIOGRAFILM 11 - Considerazioni finali (con video notiziario)

16/6/2015

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Siamo al bilancio conclusivo di un’undicesima edizione che ha saputo come tenere viva l’attenzione. Fra film premiati, interviste ai registi e le parole di Andrea Romeo – direttore del Biografilm – giungiamo ai ringraziamenti finali del 2015. Senza dimenticare quella massa di lettori che ci piace immaginare curiosi e un po’ controcorrente, quelli attenti alla bellezza del dettaglio e desiderosi di informazione che in queste giornate del festival hanno seguito i contenuti del sito, dando un sapore tutto speciale al nostro lavoro.

Con la promessa di tornare al Biografilm nel 2016, sempre pieni di entusiasmo e decisi a selezionare per voi i film più originali e interessanti, mettiamo a vostra disposizione la puntata radiofonica finale del nostro notiziario quotidiano andato in onda su Radio Bologna Uno, accompagnata da un video realizzato per l'occasione.
Che il buon cinema possa sempre accompagnarci, come ha fatto egregiamente durante le giornate del festival.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Report

Recensioni dal Biografilm Festival: Amy, The Girl Behind the Name
                                                                        Iris
                                                                        Garnet's Gold
                                                                        Faber in Sardegna
                                                                        Set Fire to the Stars
                                                                        Grey Gardens

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PUNTATA FINALE NOTIZIARIO BIOGRAFILM (16-06-2015)
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BIOGRAFILM 11 - Grey Gardens, di Albert e David Maysles

15/6/2015

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Un soffio ha spento l’ultima candela e l’oceano borbotta attraverso i vetri spezzati delle finestre; la villa respira a fatica sotto la matassa di rampicanti e il patio è diventato un rifugio per gli uccelli; i gatti entrano ed escono dal buio miagolando annoiati; poco distante la spiaggia è deserta. Tutto appare abbandonato, come un pugno di detriti restituiti da un’onda. Poi una figurina nervosa prende a girovagare nella veranda: è lei, una delle abitanti del vecchio maniero, con i suoi movimenti frenetici e il foulard legato stretto attorno alla testa, con il volto inespressivo e il corpo deturpato da una forma di Alopecia Gravis, con le mani veloci che sistemano una strana gonna di stoffa riattata. Si chiama Edith Bouvier Beale, detta Edie, poteva essere una stella ma è caduta vittima di Grey Gardens.
Da ragazza qualcosa nel suo volto suggeriva la genesi di una diva: era diversa da ogni altra femmina della famiglia, di una bellezza disturbante, secondo molti era assai più interessante della cugina Jacqueline. Edie aveva le carte in regola per fare strada, apparteneva alla buona società e frequentava scuole prestigiose. Sua madre Edie Bouvier è stata forse la più chiacchierata della famiglia. Mamma Edie (Big Edie) ha consacrato la propria vita al canto. Cantava sperando di sfondare, per anni si è fasciata la testa con le sue fantasie definendosi una grande cantante in presenza degli altri. Bizzarra, spudorata, egocentrica, Big Edie ha sempre sollevato mormorii in famiglia; ma per sua figlia, la splendida Little Edie, è il primo e vero amore della vita.
Un bel giorno la cugina Jacqueline va all’altare con un Kennedy, e mentre un ramo delle famiglia Bouvier fa festa, per l’altro tutto precipita.
Il padre di Little Edie abbandona moglie e figli per fuggire in Messico, il disonore allunga la sua ombra sui Bouvier e per Big Edie è un duro colpo. La donna si rinchiude nella malinconia di Grey Gardens, East Hampton: la villa ha una storia di sapore romantico, è un piccolo paradiso dai colori perlacei a due passi dall’acqua e serba intatto il ricordo delle serate mondane durante le quali “la grande stella” cantava per gli ospiti. Una tana per l’eccentrica Edie, caduta in disgrazia, ma un luogo spaventoso se ci si vive da soli. 
Così la donna inizia a chiamare la figlia Little Edie. Quando questa arriva, ciò che trova ad aspettarla non è soltanto una colonia di gatti e piante infestanti fuori controllo, ma la minaccia della solitudine nella sua veste più terrificante. Grey Gardens è una dimora abbandonata, più di venti stanze lasciate al logorio del tempo. Non solo gatti, ma ratti e procioni, uccelli ed escrementi in ogni angolo. Big Edie vive lì da tempo in condizioni di degrado, il figlio le passa trecento dollari al mese e tutta la famiglia si è velocemente dimenticata di lei. La figlia potrebbe rimboccarsi le maniche e riportare la casa agli antichi splendori ma le manca la forza: si infila dunque in quel regno dell’orrore e gradualmente si lascia andare come la madre.
Sono queste due esistenze sgretolate che i fratelli Maysles decidono di raccontarci, scandalizzando la società dell’epoca e gettando nel panico anche la Casa Bianca, specie quella fortunata cugina Jackie che resta impressionata davanti ai sordidi segreti di famiglia. Perché la First Lady non può avere due parenti che vivono alla stregua degli animali e invece le ha. Nascoste, dimenticate, abbruttite, sporche, farneticanti, eppure sue parenti. La faccenda è così incresciosa che a seguito dell’uscita di questo film Jackie paga alle due donne lavori di bonifica e pulizia.
Sullo schermo le due Edie si lasciano risucchiare dalla casa in un vortice di polvere e carta, vivono una quotidianità basata sui cari vecchi rituali di una classe sociale messa in ginocchio, come in un Viale del Tramonto reso più opprimente dall’amore. Big Edie alza la voce dal secondo piano, Little Edie accorre. Litigano furiosamente per buona parte del tempo, le loro voci si rincorrono lungo la veranda di legno e nelle camere da letto ridotte a immondezzaio. Ognuna ha il proprio bottino di ricordi, ognuna si nutre di quello. Litlle Edie accusa la madre per le occasioni perse, per gli uomini allontanati, per la schiavitù emotiva alla quale è sottoposta. Big Edie fa finta di niente e si rende odiosa con i continui richiami, i rimproveri, la voce querula. 
Vittima e carnefice hanno ruoli piuttosto indefiniti: Little Edie è caduta nella trappola d’amore della madre ma ha come vera nemica la propria incapacità di affrancarsi, Big Edie pare tenere le redini del potere ma infine è una donna costretta a letto e in balia di una perenne elemosina di attenzioni. Così Big Edie punisce la figlia tenendola rinchiusa in un sepolcro fatiscente, Little Edie punisce la madre lasciando che il sudiciume cresca a dismisura attorno a lei e sfamandola con barattoli di burro d’arachidi.
Fermo-immagine di un’America ricca, folle e spezzata in un milione di frammenti, la casa stessa è un richiamo ai tempi dell’incoscienza e delle gite sulla spiaggia, ideata per accogliere una felicità opulenta e patinata. All’interno, il marciume, la decomposizione, il rifiuto di ogni regola, la creazione di una giungla privata dove destreggiarsi senza l’aiuto di nessuno. 
Attorno alla casa la natura è selvaggia, c’è quello che Little Edie chiama “il mare di foglie, se ti cade qualcosa sul fondo non lo trovi più”. Anche queste due donne si sono perse e non faranno ritorno per quanto, all’epoca delle riprese, fossero fermamente convinte di poter tornare alla ribalta: la vecchia madre canta antichi successi, la figlia balla e sfila domandandosi se New York darà qualche nuova opportunità a una cinquantaseienne un po’ appesantita rispetto ai vecchi tempi. Dive fino alla fine, totalmente noncuranti dell’impero di squallore che hanno messo in piedi, legate da un amore tagliente e insano, sincere e crude innanzi alla telecamera di una coppia di registi. Il lavoro impressionante dei fratelli Maysles trova spazio all’undicesima edizione del Biografilm Festival e arriva al cure del pubblico.
Non soltanto Rebekah Maysles (figlia di Albert) era presente alla proiezione, ma anche il grande regista scomparso e il fratello David sembravano magicamente materializzati in quella sala. Tutti assieme, nella casa delle ombre, per ricordare due donne recluse in una gabbia chiamata Amore, sullo sfondo di un’America che da sempre esalta i suoi divi e puntualmente affossa i suoi scomodi segreti.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Report


Scheda tecnica

Regia: Albert Maysles, David Maysles, Ellen Hovde, Muffie Meyer
Attori: Edith "Big Edie" Ewing Bouvier Beale, Edith "Little Edie" Bouvier Beale
Fotografia: Albert Maysles, David Maysles
Montaggio: Ellen Hovde, Muffie Meyer,Susan Froemke
Anno: 1975
Durata: 95'

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BIOGRAFILM 11 - Set Fire to the Stars, di Andy Goddard

13/6/2015

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Il Biografilm festival riconferma anche quest’anno una grande cura per la scelta dei titoli, la cui varietà permette agli spettatori di spaziare fra musica, cronaca, situazioni sociali. E letteratura.
Set Fire to the Stars, di Andy Goddard, è un lavoro semibiografico che ripercorre un momento delicato della vita del grande poeta gallese Dylan Thomas: la sua ultima tournée letteraria, fortemente voluta da John Malcom Brinnin.
Siamo nell’ottobre del 1953. Brinnin (Elijah Wood) è un giovane insegnante di poesia di Harvard, ancora acerbo e non troppo disincantato; vede Dylan Thomas come mito assoluto e vuole ospitarlo per una tournée di reading poetici. La vita di Brinnin, che appare ordinaria e priva di svago, viene dunque stravolta dall’arrivo a New York dell'autore che tante volte lo ha emozionato. La commissione docenti di Harvard non sembra altrettanto entusiasta: hanno sentito dire che il poeta sia un irriducibile “bambinone” e diffidano un po’ da questa iniziativa letteraria. Per Brinnin il talento di Thomas ha la precedenza, ottiene il permesso di invitarlo a New York e così facendo si immette in una delle più grandi avventure, o disavventure, della sua vita.

Dylan Thomas (impersonato da un indimenticabile Colyn Jones) è tanto un grande poeta quanto un terremoto nella vita di Brinnin e di chiunque lo avvicini. A dettare legge è il ritmo vulcanico del suo cuore gallese: non è mai sazio di disordine, tende all’eccesso, rivela un lato puerile irresistibile alternato alla cupezza della depressione. “Sono un orribile mostriciattolo che non sa tenersi gli amici e reggere gli alcolici” ammette lui stesso dopo una delle sue bravate. Via via che Thomas conferma la propria fama di scapestrato, Brinnin si immola per la causa, per amore di poesia. Assolutamente stregato dal talento del poeta intende presentarlo al mondo universitario come personaggio all’altezza. La data di un importante reading presso Yale si avvicina e l’obiettivo di Brinnin è salvaguardare (possibilmente sobrio) il proprio maestro fino a quel momento.
Il fisico di Thomas, tuttavia, gli presenta il conto proprio in quei giorni: lo smog cittadino di New York aggrava la situazione respiratoria già compromessa del poeta (da lui definita “i miei polmoni guasti di bava”), le sbornie lo debilitano, troppa eccitazione rischia di mettere a repentaglio la sua vita. Dopo un consulto medico e una notte brava, Brinnin agisce d’istinto e porta Thomas con sé nella vecchia casa dove passava le vacanze con la famiglia: una costruzione semplice, di legno, affacciata su un lago, in un angolo tranquillo della contea di Fairfield, Connecticut. 
La sfida è convivere in quel piccolo spazio pieno di ricordi e lontano dalle tentazioni della città con un gigante buono, una montagna umana fatta di versi lirici, lacrime, bicchieri di troppo, picchi di collera e risate squassanti.
Si resta rapiti da quest’America in bianco e nero che tratta con cura le ombre ed esalta la luce. Nel grigiore dei pavimenti a scacchiera svettano le punte bianchissime dei grattacieli e palazzi d’argento e carbone, la neve ammanta questa ironica e drammatica vicenda e sfugge un sorriso vedendo il giovane e minuto professore che tenta di contenere il caos del massiccio omaccione gallese. 
C’è poi lo spettro doloroso di una donna, a rabbuiare Thomas. Si tratta della moglie, che gli ha scritto una lettera mai aperta: lui la odora la busta e sentenzia “Profuma di lavanda, è così che ti tiene in suo potere”. Ci si domanda allora se il bonario e confuso poeta riuscirà a conquistare la platea di Yale e si tengono le dita incrociate per il giovane Brinnin, che vede a rischio il proprio posto di lavoro. Ogni ipocrisia dell’ambiente accademico viene prepotentemente a galla; impossibile non fare il tifo per la strana coppia di uomini sensibili, profondi, decisamente diversi e in fondo simili, che a turno terranno alta l’attenzione sullo schermo. Tutt’attorno a loro swing e jazz ruggiscono ininterrottamente e la lettura dei versi delle grandi poesie di Thomas, come And death shall have no dominion, vanno a impreziosire un film molto ben fatto. 
Il finale forte e spiazzante lascia a tutti noi la voglia di riscoprire Thomas, il suo tormentato amore per la moglie, i suoi demoni e il suo stile poetico puro, suggestivo e impareggiabile. Stile che volge gli occhi alla sua terra d’origine, che ha il profumo di Swansea e delle sue stradine strette, che ci fa entrare in silenzio nel rifugio di Boathouse, la casetta sul mare a Laugharne. Erba, colline, vento maestoso e voglia di scavalcare tutte le tradizioni poetiche; per Dylan Thomas il vero “incendio di stelle” è quello cagionato dall’amore per una donna.
“Profumo di lavanda, è così che ti tiene in suo potere”. Quel profumo prenderà in ostaggio anche noi.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Reportage


Scheda tecnica

Regia: Andy Goddard
Sceneggiatura: Andy Goddard, Celyn Jones
Attori: Elijah Wood, Celyn Jones, Kelly Reilly, Steven Mackintosh, Shirley Henderson
Musiche: Gruff Rhys
Fotografia: Chris Seager
Anno: 2014
Durata: 97'

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BIOGRAFILM 11 - Faber in Sardegna, di Gianfranco Cabiddu

11/6/2015

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L’undicesima edizione del Biografilm Festival ha un occhio di riguardo per la musica. La sezione Biografilm Music spazia fra i generi e porta sullo schermo le storie di coloro che in musica hanno vissuto.
Sin dalla prima occhiata al programma saltava all’occhio Faber in Sardegna, quasi una cartolina inviata da un lungo viaggio, un pezzetto della vita dell’artista ricostruito e raccontato anni dopo: quel film ha creato aspettativa nel pubblico che si è dato appuntamento al cinema Arlecchino in occasione della proiezione e ha gremito una sala da quattrocentocinquanta posti. Erano tutti là, chi per De André che è un mito intramontabile, chi per la Sardegna che è una terra – sirena incantatrice e fa udire forte la propria voce attraverso il mare.
Il regista Gianfranco Cabiddu, presente alla proiezione, ha accompagnato il pubblico in questa terra amara e amata, questa Gallura aspra ai piedi del monte dove trovò rifugio un grande della musica, quest’isola che sopporta il 70% delle basi militari italiane ma sorride con scogli e montagne, sugheri ed erbe profumate, patrimonio storico e tradizioni. 
“Nascere in un posto è casuale, non è una scelta. Io credo che De André fosse più sardo di molti sardi che conosco”: così il regista commenta la coraggiosa decisione di De André di assumere un luogo come rifugio e diventare anno dopo anno un vero abitante dell’isola. E per quanto il cantante oggi non possa più prendersi cura del proprio podere dell’Agnata, ha comunque avuto l’accortezza di lasciarvi la propria anima perché tutti possano fermarsi a respirarla.

Questa è a tutti gli effetti una storia d’amore; c’è una coppia di innamorati che arriva in uno sperduto angolo di mondo, luogo dove la natura ha dettato legge per lungo tempo, a diversi chilometri dal primo centro abitato: una grande casa abbandonata, un sentiero sterrato che conduce a lei, uno scenario selvaggio che toglie il respiro e quasi intimorisce. Fabrizio De André ritrova in quel posto le atmosfere dell’infanzia, ed è certo che sia il rifugio ideale per sé e la sua famiglia. Terra da lavoro, intrisa di sudore, dove la pace e la fatica si stringono la mano giungendo a un compromesso. Agnata, Donna Maria, Tanca Longa; sono questi i poderi galluresi che sorgono ai piedi del monte, conficcati in un paesaggio dolce e ruvido, tagliente come le pietre guardiane che lo circondano e morbido di tramonti che paiono dipinti su tela. “Potrei mettere un materasso sull’erba e passare la notte qui”, dice De André, scorgendo in quella giungla di piante secolari la casa che ha sempre sognato.
Comincia così l’avventura sua e di Dori Ghezzi (e successivamente dei figli) in quella “follia tanto amata che si chiama Agnata”: un sogno che prende forma fra schizzi e disegni a mano dello stesso De André. Una decisione che lascia tutti stupiti eppure sembra già scritta in un destino che il cantautore ha molto chiaro. Un mattone dopo l’altro questa casa dei sogni che l’amico Renzo Piano definisce “edificio connaturato al paesaggio”, segreta, avita e stracarica di verde, diventa realtà. A circondarla ci sono centocinquanta ettari di boschi, pascoli, coltivazioni, un luogo dove allevare vacche da latte francesi dal mantello fulvo, una specie rara.
De André ha visioni e intuizioni, studia sui libri, passa la notte lavorando e il pomeriggio è di nuovo nei campi con un collaboratore di fiducia, sperimentando, imparando, aggiustando il tiro. Coloro del paese che lo conoscono, oggi lo ricordano con occhi inumiditi. I primi tempi in casa sono nel tremolio delle fiammelle di candela, senza energia elettrica ma con devozione e spirito di adattamento, all’insegna di una vita semplice fatta di scoperte e piccole gioie. Il regista ha uno sguardo attento e delicato che si aggira per l’Agnata senza invadenza, con rispetto e ammirazione per la bellezza e il valore dei legami umani: le foto di quel particolare momento della vita di De André diventano piccoli presepi parlanti, miniature perfette per immortalare la gioia e l’abnegazione di quel momento.
Il cantautore è certo che la terra prenderà il posto della musica. Dori Ghezzi sorride oggi raccontando e regalandoci lo spettacolo dei suoi occhi. Era sicura che l’Agnata avrebbe invece permesso al compagno di scrivere nuove canzoni. Così è stato, in quegli anni di conto corrente sempre a zero dove si programmavano serate musicali per portare a casa il necessario. Così è stato in quei lunghi momenti che De André ha dedicato alla riflessione, alla contemplazione delle nuvole, alle battute di caccia i cui suoni hanno ispirato brani come Fiume Sand Creek. L’Agnata detta all’uomo che l’ha desiderata nuovi suoni, dialetti, una ricerca musicale che attinge al territorio. Parlate antiche, launeddas, ritmi indiavolati e malinconici: De André beve la tradizione della sua terra a grandi sorsi, crea canzoni come Zirichiltaggia, ringrazia ogni giorno il posto che l’ha accolto regalandogli quelle melodie che gli sopravvivranno.
Nel 1979, a gettare ombra sulla sua nuova serenità, c’è il sequestro che vede coinvolti lui e la compagna. Oggi ne parla Dori Ghezzi con immensa dignità e lo definisce “un episodio che fortunatamente li ha visti uniti e non separati, un avvenimento che per qualche ragione dovevano vivere e ora è passato”. Il regista Cabiddu sfiora questo evento con delicatezza, senza scendere nei meandri delle crude descrizioni, ma ribadendo la volontà di Dori: spiegare al mondo quanto fosse grande quest’amore per la terra, così grande da permettere a due persone di accettarne anche le zone d’ombra.

L’Agnata vive ancora ed è un luogo traboccante di musica; lo è in maniera particolare dall'8 al 16 agosto, ogni anno, per il festival Time in jazz a cura di Paolo Fresu. In quel giardino di bellezza immortale dove il grande cantautore sembra ancora intento a passeggiare con la sigaretta in bocca, si ritrovano numerosi artisti per interpretarlo e rinnovare l’amore per un sogno. Il documentario immortala la commozione di Lella Costa, l’esuberanza di Morgan, l’eleganza di Ornelli Vanoni, la grinta di Cristiano De André e il contributo di molte altre voci straordinarie innanzi al pubblico corposo che ogni anno si presenta in quel giardino. Ognuno di loro tiene in vita il ricordo di un uomo diventato sardo nel tempo.
Al regista Gianfranco Cabiddu, che ci ha gentilmente concesso in esclusiva una video intervista (pubblicata qui sotto), va il nostro più sincero ringraziamento per aver portato al festival una ventata di musica, memoria, amore; un racconto che nasce nell’isola magica e si propone ai nostri occhi nella sua veste autentica, intensa e umana. Grazie a lui siamo tutti all’Agnata, per un’ora o per sempre, con gli occhi spalancati e il respiro calmo di chi assiste a un grande spettacolo fra gli alberi, sotto le stelle, abbracciati dal mare, così vicini al cielo da scorgervi il sorriso di De André.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Report

Scheda tecnica

Regia: Gianfranco Cabiddu
Fotografia: Vincenzo Carpineta
Anno: 2014
Durata: 58'
Attori: testimonianze di Renzo Piano, Paolo Fresu, Danilo Rea, Gianmaria Testa, Lella Costa, Cristiano De André.
Distribuzione: nei cinema il 27-28 maggio 2015, insieme all'ultimo concerto di Fabrizio De André.

Intervista a GIANFRANCO CABIDDU, a cura di MARIA SILVIA AVANZATO
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BIOGRAFILM 11 - Garnet's Gold, di Ed Perkins

9/6/2015

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Esistono vincitori del cuore. Film che per qualche ragione guardiamo e scegliamo come “il più bello in assoluto” ancora prima di aver visto i rimanenti. C’è in alcune opere una vibrazione particolare che sembra destinata espressamente a noi, come se il regista ci chiamasse per nome e dicesse “questo l’ho pensato per te”.
Negli scorsi giorni, all’interno dell’undicesima edizione del Biografilm Festival, Garnet Frost ha fatto capolino sullo schermo con i suoi lineamenti duri e la sigaretta in bocca, rendendosi indimenticabile. Il film è Garnet’s Gold e il regista è il giovane e talentuosissimo Ed Perkins, la cui purezza dello sguardo incanta e commuove. A raccontare di lui è Simon Chinn, produttore del film intervistato da Michela Gallio, che ci spiega come a volte “fare un film sia più bello del film stesso”. Ricorda quel Sugarman che ha cambiato il panorama distributivo dei documentari, parla di Frost come di un eccentrico personaggio dei quartieri meridionali di Londra conosciuto anni prima, e del regista Ed Perkins racconta la grande sfida: filmare quasi tutto da solo, senza assistente, con una videocamera DSLR, occupandosi autonomamente dell’audio.

Il film ha inizio con fotogrammi gelidi dell’inverno alternati alla voce calda di un uomo che fuma; così ci è dato il permesso di entrare in punta di piedi nella quasi vita di Garnet Frost. Cinquantotto anni e boccale di birra in mano, fa le ore piccole al pub fra canti e schiamazzi ma torna ogni sera a una vita dove il silenzio regna sovrano. Vive lì, in quello che lui stesso chiama limbo, la casa dove si occupa della madre anziana costretta a letto. I due sono complici e fantasiosi, affettuosi a modo loro: la madre ha scritto filastrocche per l’infanzia in passato e ora ne cita i versi sorridendo in camera con due occhietti chiarissimi e vispi, pieni di ilarità bambina.
Garnet passa la vita immerso fra “progetti dal grande potenziale, senza guadagnare un penny”. Una lunga, folgorante, insolita carriera in quelle che definisce le “cose avventurose”, come imparare tutti i trucchi del grande Houdini o percorrere il deserto del Sinai. Ogni trovata di Garnet è fuori dal comune e ogni avventura ha una caratteristica: non arrivare mai a completamento. Garnet Frost è il donchisciottesco collezionista delle quasi cose; passa anni a studiare nuove missioni, le intraprende, si ferma, torna a casa da sua madre. Gli amici di sempre lo sanno e lo appoggiano senza discutere, fra grandi quesiti dolorosi come “Cosa è passato realmente nella sua testa in questi anni? Cosa è rimasto dei suoi sogni?”.
Garnet non pretende di essere diverso da ciò che è, ed è perennemente alla ricerca di qualcosa. Come l’amore di una donna, quell’amore che non arriva mai per uno che “non può permettersi un mutuo”. Così lui smette di sorridere, accende la sigaretta e parla con noi senza giri di parole: “Mi sembra di essere rimasto addormentato aspettando qualcosa che non è mai arrivato”, dice. Le tasche vuote, il sorriso triste, i progetti scritti a matita, il suo laboratorio che rigurgita invenzioni e fogli appallottolati, il senso di attaccamento verso quella mamma anziana che è tutta la sua famiglia ma al contempo lo lega a una vita di devozione e pazienza. Quasi libero, Garnet Frost. Quasi felice e quasi realizzato, pieno di entusiasmo per le sue quasi cose, ma condannato alle stesse.
E poi la fiaba, la leggenda, il mito, un racconto da coperta calda in una notte d’inverno, da focolare per i visi dei bambini seduti in cerchio: Garnet Frost, vent’anni prima, si è perso nelle Highlands scozzesi e ha fatto uno strano incontro, ha visto la morte. Durante una tempesta ha cercato riparo nei pressi di un ruscello e quando ormai si era rassegnato a morire in quello sperduto angolo di Europa tutto rocce, acqua ed erba folta, ha trovato un bastone dalla forma bizzarra. Era piantato nella sponda rocciosa del ruscello ed è con quel bastone che Garnet Frost è tornato a casa. Il bastone di Gulvain, come lui ama definirlo, quello che secondo la leggenda segna il luogo segreto in cui nel 1746 vennero sepolte quattromila monete d’oro. Verità o fiaba? Da un lato ci sono i testi della biblioteca che raccontano la guerra di Carlo Edoardo Stuart, testi che Garnet ha studiato per anni trovando incredibili corrispondenze con la propria teoria del tesoro. Dall’altro ci sono le inevitabili risate degli scozzesi che sono cresciuti fra queste storielle e non vi danno peso. Per Garnet questa è una quasi missione più dolorosa di ogni altra: tornare lì dove la sua quasi vita stava per finire a cercare il tesoro dimenticato, o forse l’uomo che è rimasto nel ruscello a sognare.
Un lungo, ipnotico, potentissimo momento di poesia. Spazi sconfinati, immortali, distese di silenzio e nebbia; un oceano d’erba fresca che sfiora i colori cupi e chiarissimi del cielo, montagne conficcate nel nulla a guardare le nuvole, pioggia scrosciante sulle spalle nude; il freddo del mattino, la tempesta gentile di rosa, azzurro e rame del tramonto. E Garnet Frost, vent’anni dopo la sua quasi scoperta, che cammina sulle gambe appesantite ma mai stanche tornando al ruscello che le mappe non segnano, perdendosi ancora una volta nel luogo che l’ha rapito.
Un film che trasuda passione, dolcezza, talento visionario, la ricerca di quella polvere d’oro che forse non è sepolta nel luogo più remoto del mondo, ma è vicina e brillante sul volto di chi ci ama, nonostante tante, strane, irragionevoli quasi caratteristiche.
La cosa certa è che, dopo questo film, troverete l’oro di Garnet. E non lo dimenticherete più.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Report


Scheda tecnica

Regia e sceneggiatura: Ed Perkins
Musiche: J. Ralph
Montaggio: Paul Carlin
Fotografia: Ed Perkins
Anno: 2014
Durata: 75'

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BIOGRAFILM 11 - Iris, di Albert Maysles

6/6/2015

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L’undicesima edizione del Biografilm Festival porta in scena un’altra anteprima italiana e un’altra donna: se la vera vita di Amy Winehouse ha inumidito gli occhi di molti, con il vulcano Iris la sala si è riempita di sorrisi per 75 minuti.
A guidarci sulle orme del regista Albert Maysles, purtroppo scomparso il 5 marzo 2015, è sua figlia Rebekah, presente in sala al fianco della produttrice Laura Coxson. Ricorda l’amore del padre per il cinema italiano e il neorealismo, ne evoca la presenza e descrive questo lavoro quasi come privato: girato da una troupe di quattro persone, con tre camere, per quattro anni di riprese. Come sottolinea Andrea Romeo, il film Iris (disponibile nelle sale americane da un mese e già divenuto un grande successo), si propone di raccontare una parte del talento, lo sguardo, l’umanità dei fratelli Maysles. Prendono la parola anche i fratelli Broche, definendo Iris una “diva della quotidianità, una performer d’arte che si veste tenendo conto della composizione e non dell’occasione”. Ma, nonostante queste validissime premesse, quando le luci si spengono ha inizio un bombardamento di colore sullo schermo, un turbine al quale nessuno dei presenti era realmente preparato.

“Il colore può svegliare i morti” sostiene Iris Apfel, l’uccello raro della moda, mettendosi al collo innumerevoli collane e girando su se stessa come al centro di una piccola sfilata privata. Così esile, fragile, vispa e terribilmente attiva a dispetto dei suoi novant’anni, Iris è un corpicino adrenalinico che cammina sotto montagne di piume e mantelle colorate. Le grandi lenti tonde e deformanti dei suoi occhiali dilatano a non finire uno sguardo chiaro e infantile, furbo e geniale. Dalle sue labbra dipinte di rosso spiccano il volo le battute più taglienti; è un’inesauribile fonte di eccentricità e saggezza e si mostra nella sua quotidianità davanti a quel regista che ordinò alla troupe “Dobbiamo avvicinarci, guardare dietro le sue lenti”.
Per più di settantacinque anni questa donna ha scritto il destino della moda, ha soffiato vita nelle tappezzerie della Casa Bianca e non solo, ha messo in piedi un’azienda tessile e assieme all’inseparabile marito Carl ha girato il mondo per catturare le ricercatezze e i tesori di ogni popolo. Tessuti storici, disegni introvabili, fantasie uniche; Iris è una delle più conosciute collezioniste di moda del mondo e la casa dove vive con l’amato marito è un incantevole rifugio traboccante di innocenti stravaganze. Dai numerosi giocattoli, alle statue, alle stanze quasi sempre chiuse dove i mille, preziosi, vistosissimi abiti di Iris stanno riposti.
Loro sono marito e moglie uniti nella ricerca della bellezza, senza figli per scelta perché “viaggiavamo tanto e nella vita bisogna pur rinunciare a qualcosa”. Ma Iris, con le sue battute al vetriolo e l’abitudine di girare per mercati trattando sapientemente sui prezzi, è molto più che una vecchia signora bizzarra. Lei è la storia della moda, quella moda che va creata più che seguita, quella dei grandi lavori manuali dei ricamatori e delle magnifiche tecniche andate perse: lei conserva ogni capo, lo riguarda e dice “Se si aspetta abbastanza, ogni cosa torna di moda”. Una vita da battagliera per affermare la propria sacrosanta individualità, condannando quelle case di moda che oggi “cambiano un bottone e credono di aver creato un modello”.

La sua fame di singolare bellezza nasce a undici anni, quando entra in una bottega del Greenwich Village e compra la sua prima spilla, dopo aver attentamente risparmiato sessantacinque cents, dando il via alla collezione mozzafiato che diverrà la sua ragione di vita. Iris Apfel è una delle prime donne coi jeans, modello destinato unicamente agli uomini, e tuttora si aggira per Harlem facendo incetta di bracciali, scialli e tuniche. “Per quanto la gente dica di non voler essere disturbata, credo che lo desideri molto” spiega Iris mentre cammina in una New York che rincorre l’eleganza optando per la sobrietà del nero.
Per lei, invece, l’eleganza è una sferzata di colori miscelati in accostamenti unici, una passione sfrenata per gli accessori e la bigiotteria, una spavalderia incredibile nell’indossare gli abbinamenti più azzardati. E l’amore muove questa macchina delle meraviglie: le dita di Carl (che in agosto compirà centouno anni) sono legate a quelle della moglie nel più forte e fiducioso intreccio; sono una coppia indivisibile nelle foto di ieri e nella dolce convivenza di oggi. Una poltrona, una tazza di tè, un po’ di umorismo e la loro casa che è specchio di un’esistenza avventurosa e magica dove la vecchiaia non è riuscita a piantare bandiera. Sono ancora giovani e innamorati, sono vivaci e curiosi esploratori del mondo, si preoccupano l’uno per salute dell’altra, si scambiano piccole tenerezze e godono dell’immortalità che si sono creati attorno.
Maysles avrebbe continuare a girare questo film all’infinito attratto dal piumaggio colorato di Iris, dal senso di rarità e unicità che è in lei, dal magnetismo dei suoi discorsi: ha lasciato questo mondo poco tempo fa, ma ha fatto in tempo a scattare una fotografia di nitida bellezza alla diva che l’aveva rapito.
Ed è proprio quella diva, urbana e quotidiana, agguerrita e senza tempo, coraggiosa e testarda, ad accarezzare il pubblico lasciando in dono la lezione più grande: “Sapete, è più importante essere felici che vestirsi bene”.
Questo ci dice. Fra fruscii, tintinnii e colori sgargianti, sotto quella montagna di abiti e accessori che hanno scritto un capitolo dello stile.
Il cinema si svuota dopo risate e applausi, ma si torna a casa sotto gli occhi di Iris: per l’undicesima edizione del Biografilm festival il volto della fashion guru troneggia come mascotte su cartelloni e borse di tela stampata.
Così è bello passeggiare in questa Bologna improvvisamente piena di colore e sfrontatezza.
Così è bello rincasare portando Iris a braccetto.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Report


Scheda tecnica

Titolo originale: Iris
Regia: Albert Maysles
Montaggio: Paul Lovelace
Anno: 2014
Durata: 75'

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BIOGRAFILM 11 - Amy, The Girl Behind the Name, di Asif Kapadia

5/6/2015

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L’undicesima edizione del Biografilm Festival di Bologna apre i battenti con l’anteprima italiana di Amy, the girl behind the name. A suggerire una riflessione prima del film è proprio Andrea Romeo, direttore del festival, e pare impossibile non condividere il suo pensiero quando affronta il tema dell’identità in rete e afferma: “c’è molto materiale indelebile e pericolosissimo in rete; fra dieci anni ognuna delle nostre esistenze potrebbe fornire sufficiente materiale per un film”. Inizia così l’avventura nella vita di Amy, con il senso di nudità che è dato dalle esistenze condivise, pubbliche, esposte allo sguardo di tutti.
Basta il suo nome, Amy Winehouse, per evocare il fantasma di una voce indelebile e quello poco rassicurante di una vita distrutta. Vengono alla mente le fotografie impietose che l’hanno ritratta quando ormai aveva fatto del suo corpo uno scempio, si pensa alla sua morte quasi annunciata, si è tentati di scuotere la testa e giudicarla come un “caso senza speranza”.
La storia che ci racconta Amy è piuttosto diversa e la missione di Asif Kapadia è restituirci quella storia nella sua veste più tenera e autentica, più intima e sincera, con filmati privati, interviste e brani inediti.
Amy canta, semplicemente.
Canta da bambina durante una festa di compleanno e poi da ragazzina ovunque le si presenti un’occasione. Occhi verdi, corpo florido, bocca grandissima e sorriso pieno di luce, una giacca di qualche taglia più grande, una chitarra, parlantina spudorata, due grandi amici che appoggiano la sua carriera in erba. Amy è così, non è nessuno. I filmati catturano ogni suo dettaglio, dalle imperfezioni della pelle, alle smorfie, al sonno sul sedile posteriore dell’auto che la porta da qualche parte a cantare. Il jazz è la sua dote naturale, le scorre nelle vene da sempre, solo accennando qualche nota al microfono crea subito un’atmosfera riconoscibile. Sono anni di tentativi, lei sta schiacciata dentro la toilette di qualche piccolo locale a mettersi il lucidalabbra in attesa che la chiamino sul palco, non si definisce cantante ma una che “si nutre di jazz” e scrive poesie. La sua musica è spoglia, graffiante, essenziale, lei dice “non è commerciale ma io non voglio essere commerciale”. Ma è Amy a parlare, soltanto Amy, e ci vuole una vita di scivoloni e cadute per diventare Amy Winehouse, per arrendersi e cambiare opinione.
La metamorfosi di questa ragazza sola e sregolata commuove e lascia l’amaro in bocca. A poco a poco affiorano le ombre. “Io con la mia testa alta e le mie lacrime asciutte, vado avanti senza il mio ragazzo”. Il testo di Back to Black, che ognuno di noi avrà canticchiato o sentito per radio, è adesso una pagina di diario di Amy e sta al regista spiegarla. Quanto più cresce l’amore deleterio e folle per Blake Fielder, tanto più Amy allontana a calci la ragazza con la chitarra di ieri. Una storia impossibile, talmente estrema da somigliare a un incubo: lei non ha mai colmato il vuoto lasciato dal padre, lui ha tentato il suicidio a nove anni, entrambi cercano rifugio nell’assenza. Una dolorosa assenza di limiti e di cuore, di decenza e di felicità: il sotterraneo buio della droga dove le loro sofferenze si fondono in un lungo, luttuoso vuoto. 
Blake conduce Amy passo dopo passo sulla via delle droghe pesanti, lei lo segue perché “vuole fare tutto ciò che fa lui”, in breve l’amore viene soppiantato dall’ossessione. Ogni volta che Amy cerca di risalire a galla, Blake mette in atto un sabotaggio e viceversa, a turno si trascinano sul fondo mentre il volto di Amy è ormai su tutte le copertine. E non è più raggiante e ben tornito, ma sempre più scheletrico e sciupato. La sua voce si spezza sul palco, i fischi arrivano puntuali a mortificarla, è ridotta a macchietta e spesso compare nelle canzonature di comici e conduttori tv. 
Per un po’ vive della luce riflessa del promettente talento che è stata, ma la nuova Amy non riesce a nascondersi, è un manifesto decadente sotto gli occhi di tutti e non bastano incassi milionari e prestigiosi premi a ripulirle la faccia. Amore, violenza, bicchieri, collassi, periodi di vacanza lontano dall’Inghilterra con la speranza di disintossicarsi, nuovi amori, nuove canzoni e l’ingombrante esigenza di tenere in bilico sulla testa quell’altisonante “Amy Winehouse” che cancella l’eco di Amy. 
Per la Winehouse cambiano le acconciature, si moltiplicano i tatuaggi, gli abiti si fanno più succinti e il corpo più svuotato, iniziano persino a cadere i denti, la voce è quella di sempre ma strozzata dalle condizioni fisiche.
“Vorrei tornare a camminare per strada senza pensieri, come una volta” confida a un amico; quindi ha luogo un ultimo disperato tentativo di riprendere le redini del controllo. Allontana la bottiglia, mette un punto alla droga, volta le spalle agli episodi di bulimia, si concentra di nuovo sulla musica, chiude i rapporti con Fielder e chiede scusa a tutti coloro che ha deluso. Forse Amy è pronta per tornare in scena e regalare al firmamento del jazz una stella pura, grande, pulita, cresciuta nonostante quel cuore che non batte più come un tempo dopo una vita di eccessi.
Quando nel pubblico si accende una speranza il film giunge al prevedibile termine e ci lascia con un pugno di mosche in mano: c’è una barella che esce da quella casa al civico 30, un’ambulanza privata, un funerale.
“Io con la mia testa alta e le mie lacrime asciutte, vado avanti senza il mio ragazzo”.
Amy ci ha provato, ma troppo tardi.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Reportage

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Scheda tecnica

Titolo originale: Amy – The Girl Behind the Name
Regia: Asif Kapadia
Musiche: Antonio Pinto
Anno: 2015
Durata: 128'

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BIOGRAFILM 10 - Finding Vivian Maier, di J. Maloof e C. Siskel

16/6/2014

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Era bizzarra. Era cattiva. Era riservata. Era eccentrica.
Una carrellata di occhi penetra l’obiettivo, sono occhi che non dimenticano. Ognuno di loro parla di lei, la ricorda, la rimpiange, la compatisce. Non esiste una versione dei fatti simile a un’altra, non c’è un’unica Vivian Maier.
John Maloof è un ragazzo determinato. Ha passato tutta la vita nei mercatini delle pulci assieme al padre e al fratello, compra, colleziona e rivende, gli basta attraversare la strada per entrare alla casa d’aste. La sua avventura inizia con l’acquisto di una scatola che si rivela piena di vecchi negativi: non gli interessano, non hanno valore sul mercato, li accantona, passano anni. Tempo dopo si trova casualmente a rispolverarli e si accorge che quelle foto sono strane. Magiche. Parlanti. Sono scatti anni Cinquanta di un’America “rubata”, sorrisi colti di sfuggita, lacrime, deformazioni, miseria ed eleganza. Soltanto un occhio arguto e delicato può aver notato certi piccoli miracoli del quotidiano, e Maloof vuole assolutamente scoprire chi si celasse dietro quell’obiettivo.
Trova un nome, Vivian Maier, ed è troppo tardi per tirarsi indietro: è ormai soggiogato dalla bellezza del suo ritrovamento. Pubblica alcune foto in rete, sonda pareri, organizza esposizioni, si scontra con i rifiuti del MoMa, indaga senza tregua per trovare l’artista e darle la fama che merita. Ma sul conto di Vivian trova soltanto un necrologio che recita “Morta serenamente”. La domanda che lo assilla è “chi eri, Vivian Maier?”, e ora è ancora più persuaso a trovare risposta: dopo innumerevoli telefonate trova finalmente qualcuno disposto a dargli un indizio; potete immaginare la sua faccia quando, all’altro capo, si sente dire “Vivian? Oh, era la mia bambinaia”.
Il viaggio che vi aspetta a partire da questo momento sarà una favola agrodolce, piena di nebbia e d’amore, ricamata attorno a quel viso che si fissa allo specchio e resta impresso in un autoscatto: una bambinaia dall’espressione buffa, lo sguardo triste, i lineamenti imprecisi, la fama bizzarra. Sono centomila i negativi che Maloof inizia a scannerizzare, sono centocinquantamila i filmati 8mm che riesce a recuperare, sono ingenti le somme che spende per completare la sua personale collezione su Vivian Maier. Ma il lavoro di quell’improbabile artista merita ogni suo sforzo, perché le foto parlano di un animo sensibile e scherzoso, e allo stesso tempo salta all’occhio che “qualcosa è andato storto”.
“Portava camicie da uomo e larghi cappotti, stivali e cappelli di feltro, stava sempre infagottata ed era alta un metro e ottanta. Quando camminava muoveva le braccia come se marciasse, aveva un accento francese cantilenante. Portava sempre una Rolleiflex al collo e scattava foto in continuazione. Era davvero strana, molto strana”. 
Sono tanti i bambini di ieri che vengono allo scoperto per tinteggiare la vita di Vivian con i loro ricordi. Ci sembra di vedere quella bambinaia imponente e un po’ sgraziata che chiede ai padroni di casa una serratura enorme per chiudersi nella sua stanza e intima a tutti “non aprite la porta!”. Sorridiamo quando risponde alle domande di un conoscente dicendo “sono una specie di spia”. Si firma Maier, Meier, Mayer, Smith. Non racconta mai nulla sul proprio conto e accompagna i bambini nei sobborghi, al mattatoio, ovunque aleggi un’aria tenebrosa pur di immortalare il bello, il brutto, il grottesco del mondo in cui vive. 
Quando uno dei bimbi viene investito (pur rimanendo illeso) lei non si precipita a chiamare soccorsi, lo fotografa. C’è qualcosa di adorabile e spaventoso in Vivian. Le sue fughe dalla realtà e i viaggi per il mondo, la sua mania ossessiva per i giornali: colleziona pile e pile di quotidiani, è attratta dalle notizie macabre. Odia il contatto fisico, detesta gli uomini e ne teme il lato più bestiale; quando va su tutte le furie diventa violenta, ha un carattere pacato e tumultuoso, sdoppiato. 
È piena di spigoli, Vivian, ma è anche indifesa, come quando chiede ingenuamente alla padrona di casa “vorreste adottarmi?” o quando ferma una conoscente per strada e la supplica “parla con me, non lasciarmi sola”. È feroce e terrificante quando costringe i bambini a mangiare, li picchia, infila i loro giocattoli in un secchio di acqua bollente e ammoniaca e li distrugge. Ma è tenera quando siede sulla panchina, ormai vecchia e alienata, e cerca amicizia in un passante.
Così i brividi crescono a fior di pelle man mano che il film schiarisce la nube che avvolge la vita della bambinaia. Un lavoro affascinante, un setaccio per le emozioni che lascia addosso uno scomodo batticuore, commuove e spaventa, è dolcissimo e impetuoso, e sembra girato con la silenziosa complicità dell’unica assente.
Finding Vivian Maier è come una donna che tiene nascosta la propria identità e scatta foto al resto del mondo: irresistibile.

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Reportage

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Scheda tecnica

Regia: John Maloof, Charlie Siskel
Anno: 2013
Durata: 84'
Sceneggiatura: John Maloof, Charlie Siskel
Fotografia: John Maloof
Montaggio: Aaron Wickenden

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BIOGRAFILM 10 - Jalanan, di Daniel Ziv

13/6/2014

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Quando il regista Daniel Ziv sale sul palco per prendere la parola prima della proiezione, guarda la platea ed esclama “siete venuti qui un lunedì sera alle ventitre per vedere un documentario su un paese che non conoscete: siete i miei eroi”. Difficile, per quel regista, raccontare al resto del mondo le zone d’ombra di Giacarta, per quanto vi abbia passato gli ultimi quindici anni. Vi arrivò da giornalista nel 1998, quando il paese passava alla democrazia dopo trentadue anni di dittatura. Oggi Ziv è alle prese con un linguaggio nuovo, ha accantonato montagne di parole e ha deciso di filmare la storia di tre cantanti di strada. Jalanan è il suo primo film.
Vuole catturare l’immagine del sottosuolo umano di Giacarta, i sotterranei, gli angoli più laidi, i bivacchi più improvvisati, e non lo fa insistendo sulla tristezza di queste esistenze. Pone invece l’accento sui sorrisi temerari, su quella illogica allegria che ogni giorno si sveglia assieme ai cantanti di strada e li spinge a vivere la scommessa quotidiana a bordo di un autobus. Ziv non vuole essere una voce narrante, ma solo seguire come un’ombra quei tre ragazzi che parlano, essere un giornalista che non fa domande ma documenta i fatti. 
Saranno loro tre (Boni, Ho e Titi) a raccontarsi per centosette minuti, con i loro modi e i loro tempi lunghi, accogliendo la telecamera in casa e a bordo degli autobus, lasciando che si aggiri indisturbata nelle loro notti e invitandola ai loro giorni importanti. Per questo motivo Ziv rimane in superficie, da silenzioso e neutrale cronista di una fetta d’umanità, e Jalanan fotografa una Giacarta cruda e impietosa senza lesinare in dettagli.
Boni è scattante, allegro, ha una dentatura dissestata e una risata un po’ bambina. Ha iniziato a suonare per strada da piccolo per aiutare la mamma lavandaia, strimpella alla chitarra da allora. Sa leggere ma non sa scrivere, e quando compone un testo per una canzone deve impararlo a memoria. Vive con sua moglie in un tunnel di scarico dove ha scavato improbabili stanze e sfruttato una perdita d’acqua per creare una fontanella. Si respira l’odore della terra e del putrido, seguendo Boni in questo inospitale rifugio. 
L’acqua malsana si trascina appresso rifiuti ed escrementi, ma Boni si insapona ogni mattina perché “essere puliti significa essere sani”: così la telecamera indaga nei paraggi e presto scopre la città sotto la città, raggomitolata a un passo dall’acqua sporca. Donne che si passano il trucco sul viso, pugni di cibo sul fondo delle pentole, bambini che giocano e Boni che sorride dicendo alla moglie “un giorno racconteremo ai nostri nipoti di aver vissuto qui”. Con chitarra e armonica a bocca, Boni esce ogni giorno dal suo buio nascondiglio e canta sugli autobus per pochi spiccioli, accetta la propria quotidianità come un qualsiasi impiegato d’ufficio e non si piange facilmente addosso. Non ha alcuna proprietà, è l’acqua a decidere cosa strappargli ogni giorno.
Ho è invece un rastaman senza famiglia e senza amore che scrive testi di denuncia e satira puntando su parole forti e cantando con voce roca, sguaiata. Fuma ininterrottamente, la notte cerca un po’ di sesso fra le ragazze della strada e di giorno salta come un folletto da un autobus all’altro, con i polmoni pieni di rabbia contro la corruzione del suo paese. Non basta la galera a strappargli la chitarra e la personalità, non intende rinunciare alle sue risate roboanti. Un tipo tosto che risveglia immediata empatia nel pubblico, al quale Ho dedica lunghi discorsi, gesticolando: è come se lo vedesse lì seduto. Così di colpo non parla più soltanto con Ziv: parla a tutti noi.
Infine c’è Titi, all’apparenza una ragazzina. Ha figli sparsi in varie città e un passato che le brucia ancora addosso, ha lasciato la famiglia povera a Giava Est, non le hanno potuto permettere di studiare e lei ha sfoderato la voce e lo spirito di abnegazione. Canta per i suoi figli, per suo padre, per 40 $ al mese di cui dieci vanno al compagno perché si compri sigarette e mangime per gli animali, altri dieci sono destinati alla spesa e all’educazione dei figli e i restanti vanno spediti a Giava per aiutare il papà a pagarsi i farmaci. Ogni tanto Titi si corica con il sogno di andare a scuola, altre volte con le botte del marito. In ogni caso non ha dubbi: “i miei figli vivranno una vita migliore della mia”.
Jalanan è un omaggio al “popolo di cartone” (come lo definisce Boni), quello che vive nel cartone, dorme sul cartone, è fatto di cartone. A ogni allagamento la vita finisce e ricomincia cantando e costruendo case nel fango. Là fuori la repressione agisce massiva e spesso a caso, il potere è il “grande assente” dietro la facciata di un palazzo bianco. Si mangia una volta al giorno, si viene arrestati per un nonnulla, si assiste alle opere di abbellimento di una città che Boni e la moglie definiscono senza esitazioni, dal loro tunnel di acqua marcescente: “vogliono creare la bella Giacarta. Giacarta non è mai stata bella”. 

Maria Silvia Avanzato

Sezione di riferimento: Festival Reportage


Scheda tecnica

Regia: Daniel Ziv
Musiche: Dadang Pranoto, Ernest Hariyanto
Fotografia: Daniel Ziv
Montaggio: Ernest Hariyanto
Anno: 2013
Durata: 107'

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