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BFM 32 - La dune, di Yossi Aviram

13/3/2014

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In una città in Israele, Hanoch gestisce una piccola officina di riparazione biciclette; nelle pause di lavoro impegna il proprio tempo giocando a scacchi con un vecchio amico. La moglie è incinta, ma lui non si sente pronto per la paternità. La sua decisione causa la separazione dalla compagna. Nel frattempo a Parigi l'anziano ispettore Reuven Vardi non riesce a sventare il suicidio di uno scrittore. Stanco e deluso, Vardi chiede il pensionamento anticipato. 
Un giorno Hanoch compare a Parigi e inizia di nascosto a pedinare l'ispettore, per motivi che al momento non conosciamo. Poco tempo dopo una ragazza trova lo stesso Hanoch privo di sensi, senza documenti, in una spiaggia sulla costa. Portato in ospedale l'uomo si risveglia, ma pare aver perso la memoria e rimane chiuso in un inspiegabile mutismo, senza pronunciare nemmeno una parola. Il capo della polizia parigina assegna a Vardi il caso. Superata l'iniziale reticenza il vecchio ispettore si mette in viaggio per indagare e scoprire l'identità dell'uomo. I due, all'apparenza estranei, condividono in realtà un legame che sarà gradualmente svelato.
Presentato in concorso al Bergamo Film Meeting, in anteprima nazionale, La Dune è diretto da Yossi Aviram, classe 1971, documentarista qui al suo debutto nel lungometraggio per il cinema, con un film girato quasi interamente con troupe francese. L'autore israeliano, nato a Gerusalemme, prende spunto da una storia realmente accaduta in Inghilterra, e da un doc da lui realizzato qualche anno fa, per portare sullo schermo una narrazione che travalica i confini di genere, intrecciando un complesso mosaico strutturale che segue in montaggio parallelo gli accadimenti riguardanti due uomini tanto diversi per provenienza geografica quanto in realtà uniti da un vincolo di non immediata comprensione. Per precisa scelta, il regista lascia allo spettatore un concreto senso di incertezza, compensato poi solo parzialmente da una risoluzione che spiega a grandi linee le soluzioni della vicenda senza peraltro svelarne tutti gli aspetti; una decisione coraggiosa, sulla carta respingente ma in realtà appropriata, grazie alla qualità della messinscena e all'invidiabile padronanza con cui Aviram tesse le fila del racconto, attraverso una sceneggiatura impeccabile ed estremamente affascinante.
Di matrice israeliana, vista l'origine dell'autore, La dune è in realtà in tutto e per tutto un film francese, nella produzione così come nell'anima e nello stile; un classico esempio di un tipo di cinema che chi non ama la realtà transalpina potrebbe definirebbe noioso. Al contrario, è proprio la rarefazione dello sviluppo narrativo a donare alla pellicola un esaltante senso di mistero, condotto con magistrale cautela tra lunghi silenzi, sguardi lontani, azioni lente, pensieri trattenuti e tasselli mancanti.
Il lavoro di Aviram si pone come un'intelligente rappresentazione di tre solitudini che s'incrociano, a partire da Hanoch, in viaggio con la sua bicicletta verso una ricerca che possa fargli ritrovare il senso perduto della vita, per proseguire con l'ispettore Verdi, ormai stufo del suo lavoro, appesantito da un passato che lo ferisce e da un presente che non offre più emozioni; una quotidianità che scivola via (“dormo tutto il giorno e alla sera sono esausto”), addolcita solo dal rapporto con il compagno Paolo, con l'amato cane e con le indistruttibili abitudini (il caffè al solito bar). A loro si aggiunge poi Fabienne, la ragazza che trova Hanoch privo di sensi sulla spiaggia; non contenta di averlo salvato si affeziona a lui, nonostante egli non apra bocca, e continua ad andarlo a trovare in ospedale, raccontandogli la sua vita, in un dialogo a una sola voce utile per espiare il sentimento di abbandono di cui anche lei soffre.
Così, tra una mossa sulla scacchiera e una passeggiata con il cane, una via metropolitana e un baretto deserto in un paesino di provincia, il film si dipana, senza fretta, immergendoci in un'atmosfera tanto malinconica quanto ipnotizzante, grazie a un controllo registico saldissimo e ad attori di alto livello, a iniziare da Niels Arestrup, fresco vincitore del suo terzo premio César e ormai giunto a una maturità interpretativa eccezionale. Accanto a lui Lior Ashkenazi, già visto in Kalevet e Big Bad Wolves, bravo a lasciar parlare soltanto il volto durante le numerose scene prive di dialogo. Con loro il sempre puntuale Guy Marchand, la bella Emma de Caunes e, in un ruolo piccolo ma significativo, il grande Mathieu Amalric.
Suadente e ricchissimo di sfumature, La dune cela al suo interno un prezioso scrigno colmo di affetti perduti, disillusioni, istinti repressi, piccoli abbracci, nostalgie e speranze; un disegno da comporre poco a poco, con la giusta parsimonia, per giungere a testa alta all'ultima, bellissima inquadratura, proiettata verso un domani incerto, sì, ma con ogni probabilità migliore. Perché in fondo non è mai troppo tardi per rincominciare ad amare.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival


Scheda tecnica

Regia: Yossi Aviram
Sceneggiatura: Yossi Aviram
Anno: 2013
Durata: 87'
Fotografia: Antoine Héberlé
Attori: Niels Arestrup, Lior Ashkenazi, Guy Marchand, Emma de Caunes, Mathieu Amalric

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BFM 32 – Leave to Remain, di Bruce Goodison

12/3/2014

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Ogni anno centinaia di ragazzi, minorenni, approdano in Inghilterra. Arrivano da diverse parti del mondo: Afghanistan, Algeria, Guinea, Pakistan, in fuga dalla guerra e dalla sofferenza. Una volta giunti nel Regno Unito sono affidati ai servizi sociali, che provvedono a fornire loro un alloggio e a iscriverli in una scuola speciale. Nel frattempo la situazione di ognuno di loro è valutata con attenzione. L'obiettivo è ottenere un permesso di soggiorno permanente, con cui poter restare in Inghilterra a tempo indeterminato e ricostruirsi una nuova vita. In pochi però ce la fanno: una volta compiuti i 18 anni di età, la gran parte di questi ragazzi è rispedita a casa propria.
Leave to Remain, selezionato per il concorso internazionale dell'edizione 32 del Bergamo Film Meeting e presentato in anteprima europea, racconta la realtà di alcuni di questi adolescenti, muovendosi lungo il confine tra fiction e documentario. Il regista è Bruce Goodison, classe 1964, apprezzato autore televisivo. Per dare forma e anima al suo lavoro l'autore ha letto e ascoltato le vere storie di tanti ragazzi; in un secondo tempo ha selezionato alcuni giovani non professionisti, ha fondato un'apposita società di produzione e ha iniziato a insegnare ai prescelti le fondamenta del mestiere di attore, in un graduale processo di istruzione volto a ottenere il miglior risultato possibile durante le riprese del film. 
Leave to Remain racconta dunque la difficile situazione di questi adolescenti, ospitati in una casa-famiglia e in una classe mista il cui insegnante, Nigel, prende a cuore i loro sogni ben oltre ai semplici doveri professionali. In particolare il regista si sofferma su ciò che accade agli afghani Omar e Abdul e all'africana Zizidi, attorniati da compagni/amici di culture ed etnie profondamente diverse, ma accomunati dall'orrore di un passato segnato da cicatrici indelebili, e dalla speranza di poter davvero ripartire verso un futuro nuovo. I protagonisti frequentano le lezioni e le gite scolastiche durante il giorno, ed escono a ballare e divertirsi la sera; comportamenti consueti per adolescenti che in fondo desiderano soltanto l'integrazione e la libertà, con il fine ultimo di ottenere il riconoscimento più grande: un'esistenza normale, lontana dalle lacrime di ciò che è rimasto nei rispettivi paesi d'origine. Interrogati dagli assistenti sociali per stabilire se vi siano o meno le condizioni per farli restare, alcuni di loro si inventano una storia non del tutto consona al reale vissuto: mentono per scartare il sistema, abbattere la burocrazia e conquistare l'agognato permesso. Altri, invece, sono semplicemente spaventati, perduti nella solitudine di un mondo estraneo, e si muovono incerti e tremanti, cercando un senso nel presente e un soffio di gioia rivolto all'avvenire. Perfino Nigel talvolta mente davanti alle autorità, spinto dall'utopia di salvarli tutti, perché in fondo ognuno di loro è parte integrante di una famiglia allargata il cui sostegno reciproco è alla base della quotidianità.
Durante la visione delle prime scene, ambientate nella scuola, si ha la sensazione di trovarsi quasi di fronte a una versione inglese dello splendido Entre les murs di Laurent Cantet. Il film però non resta racchiuso in un'aula, ma ne scivola fuori molto presto, cogliendo le strade, le discoteche, i binari della metropolitana, le gite in montagna e al lago, le visite infermieristiche e il tribunale: ogni luogo è per i ragazzi un simulacro di dubbi e paure, ricordi e rimpianti, attacchi e difese; sui loro corpi ci sono violenze, stupri, infibulazioni, bruciature di sigarette; nelle loro anime navigano pensieri di sangue, parenti ammazzati brutalmente davanti agli occhi, fughe disperate, incubi senza fine. Oggi, però, la vita è fatta di volti, rumori e odori diversi; tutto è sconosciuto, ma può diventare familiare con il sostegno degli amici e dell'insegnante. Così ci si abbraccia e si esce fuori, insieme, a vedere per la prima volta la neve, aspettando un verdetto positivo, nell'illusione che “tutto andrà bene”.
Goodison orienta il suo film lungo una via intermedia tra fiction e doc, scegliendo un approccio molto diretto, cullato tra le sabbie di un evidente intento pedagogico non privo di un certo didascalismo. Frenato da una netta discontinuità, e da soluzioni talvolta troppo semplicistiche, Leave to Remain punta soprattutto a far vibrare i cuori degli spettatori, riuscendo peraltro nell'intento grazie a sequenze dotate di buona intensità emotiva. Non a caso durante i titoli di coda la platea regala all'autore un lungo applauso (probabile premio del pubblico in arrivo). Gli attori formati per l'occasione riescono a esprimersi con sufficiente profondità, mentre il ruolo dell'insegnante-mentore si avvale della preziosa presenza del bravo Toby Jones (Berberian Sound Studio), molto più di un caratterista. Il suo sguardo, bastonato ma ancora ricco di orgoglio, è in fondo lo stesso di tutti i ragazzi che egli prende a cuore: gabbiani con le ali spezzate che guardano su, verso il cielo, sognando di rincominciare a volare.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival


Scheda tecnica

Regia: Bruce Goodison
Sceneggiatura: Bruce Goodison, Charlotte Colbert
Fotografia: Felix Wiedemann
Musiche: Alt-J
Anno: 2013
Durata: 89'
Attori: Zarrien Masieh, Yasmine Mwanza, Noof Ousellam, Toby Jones

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BFM 32 - Il programma: la forza delle idee

5/3/2014

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Si svolgerà dall'8 al 16 marzo, con sedi principali presso l'Auditorium di Piazza della Libertà e l'adiacente Cinema San Marco, la trentaduesima edizione del Bergamo Film Meeting. 
Nell'affollato panorama festivaliero italiano, quello della città lombarda è senza alcun dubbio uno degli eventi più belli, nonché uno dei pochi realmente indispensabili. Una manifestazione che negli anni ha saputo costruirsi una solidissima dignità, riuscendo a proporre sempre cinema di qualità, programmi di sicuro interesse e intuizioni di assoluto rilievo (ad esempio la splendida retrospettiva dedicata a Robert Guédiguian lo scorso anno), trovando una propria e radicata ragion d'essere, a differenza di altri festival più grandi e blasonati ma fondamentalmente inutili, per non dire dannosi.
Nonostante gli ormai consueti e immancabili tagli al budget, anche stavolta gli organizzatori sono riusciti a mettere in piedi un cartellone ampio, vario e ricco di spunti e idee brillanti. Innanzitutto il concorso ufficiale, con sette film europei tutti in prima visione italiana: il francese La dune (con Niels Arestrup, fresco vincitore del suo terzo César), il finlandese Silmatera, il belga Yam dam, il britannico Leave to Remain (con Toby Jones), il rumeno Roxanne, lo sloveno Zapelji me e l'olandese Wolf.
Ancora nel nome dell'Europa, e di un cinema capace di inventare il futuro, come recita uno degli slogan del festival, si pongono le intriganti retrospettive tutte al femminile dedicate ad autrici da scoprire o riscoprire: la napoletana Antonietta De Lillo, l'austriaca Jessica Hausner e l'islandese Sólveig Anspach, regista multiculturale che negli anni ha lavorato sul doppio binario documentario-fiction, viaggiando per il mondo per poi trovare da molti anni una definitiva sede di vita e lavoro in Francia. Così come per le altre autrici appena citate, tutte le opere della Anspach saranno proiettate a Bergamo: tra i titoli, non possiamo non citare l'intenso dramma Haut les coeurs!, del 1999, che fece vincere a Karin Viard il César come miglior attrice dell'anno, e il nuovo Lulu femme nue, appena uscito nei cinema transalpini con grande apprezzamento di pubblico e critica.
Al BFM non mancherà inoltre un'ulteriore retrospettiva dedicata al bravissimo animatore francese Pierre-Luc Granjon, e notevole spazio sarà riservato ai documentari (la consueta sezione "Visti da vicino"), tra i quali incuriosisce molto il bizzarro docu-fiction inglese The Imposter, transitato al Sundance. Ci saranno anche cortometraggi, proiezioni per le scuole, anteprime (La luna su Torino di Ferrario, Devil's Knot di Egoyan) e come ogni anno, per i cinefili più resistenti, una fantamaratona notturna (lo scorso anno terminò alle 3.47 del mattino!) con la proiezione del delizioso Per favore, non mordermi sul collo di Polanski seguito dal leggendario Carrie di De Palma.
Gli appuntamenti elencati già sarebbero sufficienti, ma il Bergamo Film Meeting è ogni volta un luogo in cui il passato torna a splendere. Anche quest'anno troverà dunque tantissimo spazio il glorioso cinema che fu, con una corposa retrospettiva (23 titoli) dedicata a Dirk Bogarde, durante la quale si rivedranno capolavori come The Servant di Losey, La caduta degli Dei di Visconti e Providence del compianto Alain Resnais, e un ulteriore percorso tematico intitolato “Ma papà ti manda sola?”, con una decina di pellicole che hanno saputo abbracciare ai massimi livelli i dettami della screwball comedy, dallo straordinario It happened one night di Capra a Bringing Up Baby di Hawks.
Insomma, chiunque transiterà dalle parti di Bergamo nei prossimi giorni non potrà non trovare molteplici ingredienti gustosi e diversificati con cui sfamare un'inesausta sete di cinema e ricerca, capace di abbattere qualsiasi confine culturale e temporale; il tutto nel caldo tepore di un festival che, come sempre e meglio di molti altri, sa abbracciare il passato, scavare nel presente e corteggiare l'avvenire. 

Alessio Gradogna

Il programma completo sul sito ufficiale

Sezione di riferimento: Festival

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BFM 31 - Chaika, il treno della speranza

6/4/2013

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C'è un treno che parte, ogni giorno, da una landa remota situata in mezzo al niente. Chi sono le persone che salgono sui quei vagoni? Dove vanno? Scappano verso una nuova vita? Oppure fuggono per poi ritornare? E' quanto si chiede Ahysa, la protagonista di Chaika, il migliore tra i film in concorso visti nella trentunesima edizione del Bergamo Film Meeting.
Diretto dallo spagnolo Miguel Angel Jimenez, il film racconta la storia di una prostituta di origine kazaka. Abbandonata la casa paterna, la ragazza s'imbarca su una nave, in mancanza di alternative migliori, e per intere settimane è costretta a soddisfare le voglie represse (e talvolta brutali) dei marinai. 
Terminata la navigazione Ahysa, nel frattempo diventata madre, non sa dove andare: accetta così l'invito di Asylbeck, marinaio dall'animo buono, innamorato di lei e disposto a offrirle un tetto pur di averla vicino. Negli anni seguenti Ahysa e il figlio, Tursyn, vivono con Asylbeck e la sua famiglia in una casupola gelida in Siberia, per poi trasferirsi tra le steppe del Kazakistan. Più avanti nel tempo, Tursyn torna nei luoghi in cui ha trascorso la sua infanzia, per rievocare il passato.
La lavorazione di Chaika è stata una difficilissima sfida. Così l'hanno definita i produttori del film, tramite un video-messaggio recapitato agli spettatori di Bergamo per ovviare all'assenza del regista, impossibilitato a recarsi nella città lombarda. Tre anni di riprese, con pericoli di non poco conto e ostacoli di tutti i tipi messi in atto dalle autorità kazake, mal disposte a tollerare nel loro territorio la lavorazione di un film con protagonista una prostituta musulmana. Divieti, visti poi ritirati, ingerenze e aggressioni, a causa delle quali la troupe ha dovuto raccogliere il materiale e terminare le riprese altrove, in Siberia, con temperature mai sopra i -20 gradi. 
Un'avventura estrema, verrebbe da dire herzoghiana, per fortuna portata a termine con pieno successo. Chaika è infatti un lavoro doloroso, intimo, lacerante, e non privo di poesia. Un'opera diretta con attenzione e umiltà, in cui la natura toglie spazio alla parola, e il silenzio riesce a spiegare più di mille frasi. Penetrata dai rudi marinai prima, dal freddo inclemente poi, Ahysa è un'anima mite, sola, irrequieta: una donna cresciuta troppo in fretta, torturata dal destino, vogliosa di cullare sogni di mitiche fughe dirette verso un futuro radioso. Il suo compagno, Asylbeck, ne è l'esatto contrappunto: un uomo semplice, che niente ha e niente insegue, salvo la presenza di una donna che non lo ama, ma che, anche solo standogli accanto, gli regala quella felicità che mai potrebbe trovare in nessun altro angolo del mondo.
Ci sono persone che muoiono lì dove sono nate; altre invece cercano per tutta la vita il luogo giusto per loro, senza mai trovarlo. Ahysa (una bravissima Salome Demuria) fa parte della seconda categoria, come tanti di noi; stringendo i denti lei combatte, soffre, subisce, piange, resiste, sapendo che un giorno, forse, troverà finalmente il coraggio di salire su quel treno, correndo ad ampie falcate verso il domani. Qualunque esso sia.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival Reportage


Scheda tecnica

Titolo originale: Chaika
Anno: 2012
Regia: Miguel Angel Jimenez
Sceneggiatura: Miguel Angel Jimenez, Luis Moya
Fotografia: Gorza Gomez Andreu
Musiche: Pascal Gaigne
Durata: 100'
Uscita in Italia: --
Interpreti principali: Salome Demuria, Gio Gabunia, Bachi Lezhava, Aytuar Issayev

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BFM 31 - Guédiguian e il cinema di qualita'

6/4/2013

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Qualcuno tempo fa lo chiamò "il poeta dei sobborghi marsigliesi": una definizione forse limitativa, ma tutto sommato adeguata nel descrivere il cinema di Robert Guédiguian, protagonista dell'edizione 2013 del Bergamo Film Meeting, conclusa tra gli applausi del pubblico che per nove giorni ha affollato l'Auditorium di Piazza della Libertà, spesso esaurito in ogni ordine di posto, con gente addirittura accampata sugli scalini dei corridoi. 
L'idea di dedicare una retrospettiva integrale all'autore francese, purtroppo poco conosciuto in Italia, oltre a essere brillantissima sulla carta si è rivelata vincente anche al lato pratico: i 17 film di Guédiguian hanno appassionato gli spettatori, e sia lui che la compagna-attrice Ariane Ascaride, ospiti del festival, hanno ricevuto una meritata standing ovation quando sono apparsi sul palco, dimostrandosi poi persone umili, amabili, squisite, nei vari incontri in cui sono stati coinvolti nelle ore successive, intrattenendo la folla con aneddoti interessanti e spassosissimi 
Operai, disoccupati, giovani allo sbando, piccoli delinquenti. Gente povera ma piena di dignità. Storie di tutti di giorni, divise tra disillusioni e sconfitte, battaglie e vittorie, tenerezza e caparbietà. Trent'anni di cinema onesto, genuino, condotto con mano sicura, dall'esordio con Dernier Eté (1981) sino all'ultimo e bellissimo Le nevi del Kilimangiaro; tre decadi di lavoro appassionato, coerente, schierato dalla parte dei più deboli senza peraltro mai (s)cadere nel qualunquismo o nella mera lotta ideologica: Guédiguian, riportando le sue stesse parole, nella sua carriera ha voluto sempre "dare voce a chi non ce l'ha", e lo ha fatto con una purezza d'intenti libera da ogni sospetto. 
Il pubblico di Bergamo ha potuto così vivere un coinvolgente viaggio in un cinema di volta in volta dolente e divertito, straziante e risorgente, contrassegnato da tappe significative e in fondo tutte necessarie: la disperazione cocente di La ville est tranquille, forse il capolavoro di una vita; il sogno mai domo di A' la place du coeur; il laicismo tagliente del "quasi morettiano" L'argent fait le bonheur; lo scatenato divertissement metacinematografico di  A' l'attaque; tante storie per un unico cinema, sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso, con un'intoccabile famiglia di attori ad accompagnare Guédiguian in ogni lavoro: la Ascaride, musa ispiratrice nella vita come nell'Arte; Jean-Pierre Darroussin, magnifico interprete che non ci si stancherebbe mai di guardar recitare; Gérard Meylan, impeccabile trasformista. Un po' come Kaurismaki, Guédiguian da trent'anni fa sempre lo stesso film, eppure ogni volta è capace di sorprenderci e rinnovarsi. Una virtù che appartiene solo ai grandi cineasti.
Il festival di Bergamo si è confermato ancora una volta uno degli appuntamenti più belli dell'intero panorama nazionale, e lo ha fatto attraverso un fattore tanto essenziale quanto (non) scontato: la qualità. Impossibile, tra gli ottanta e passa titoli presentati, trovare una pellicola di livello scadente. Numerosissime, invece, le suggestioni positive, sia nei film in concorso, sia nelle sezioni parallele, sia negli abbondanti omaggi rivolti al passato, in cui è stato possibile gustare, tra gli altri, F For Fake, testamento artistico del "ciarlatano" Orson Welles; Murder By Death, scatenata parodia del whodunit con clamorosa sfilata di star all british, da Peter Sellers ad Alec Guinness, da Maggie Smith a Peter Falk; House on Haunted Hill, leggendario horror di William Castle con il totemico Vincent Price; The Horse's Mouth, sottostimato lavoro del '58 con un Guinness pittore scapestrato più in forma che mai.
A conti fatti, quello di Bergamo resta un evento imprescindibile, per compiere un'immersione totale nel caldo abbraccio del cinema, senza limiti né confini.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival Reportage

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