Brasile. Recife. Terra e acqua. Sponde del fiume e foreste di mangrovie. Izaquiel divide casa con altre persone come lui ribelli ai canoni imposti dalla società e lavora come addetto alle pulizie, prima in un supermercato, poi in una chiesa evangelica condotta da un pastore adorato dalla sua gente. Di notte, il ragazzo abbandona le vie della città e si inoltra nel bosco, tra i misteri del buio, in cerca di incontri omosessuali occasionali. Durante una di queste languide "spedizioni" incontra Jeremias, pescatore dal fisico statuario; l'attrazione è subitanea e reciproca. I desideri di Izaquiel si fondono e confondono, in un intrico mentale di eccitazione, aneliti di libertà, spinta alla dannazione e voglia di salvazione. Nel frattempo il pastore, tra un sermone e una ben poco religiosa esercitazione con la pistola al tiro a segno, si reca insieme al figlio e ai fidati collaboratori in quella stessa selva di mangrovie, scatenando la violenza per "ripulire il mondo" dalla corruzione di chi ha smarrito la strada rivolta a Dio. La rabbia di Izaquiel nei suoi confronti nasce e cresce, fino a conseguenze estreme.
Premiato con indubbio merito dalla giuria del concorso internazionale guidata da Fabrice Du Welz, A Margem do Rio, diretto dalla coppia formata da Enock Carvalho e Matheus Farias (quest'ultimo già rinomato editor e responsabile del montaggio di O agente secreto di Kleber Mendonça Filho), costituisce uno dei migliori film visti nella selezione di Locarno 2026. Siamo di fronte a un'opera di difficile catalogazione: la si forse potrebbe definire come noir onirico/esotico/erotico con venature horror, ma sarebbe una semplificazione. Il racconto che si estende davanti ai nostri occhi va oltre, si mangia labili confini preconfezionati, sale e scende come la marea, gonfiando il petto tra gli angoli distorti di una dimensione incubale in cui spirito e carne si avviluppano alla stregua di arbusti scombinati.
Nel film brasiliano c'è la riflessione sull'attualità autoctona, lo sfruttamento della fede per scopi politici, l'emarginazione di chi non accetta di farsi incasellare, il rifiuto di genitori troppo chiusi in scatole normative e assiomi ecclesiali per accettare le diversità dei propri figli; c'è la solitudine, il rifugio in una comunità dove sentirsi finalmente capiti e amati; c'è la voglia di essere se stessi, di sfidare il vietato e cercare il proibito. E poi c'è il fiume, strumento di battezzo e allo stesso tempo fonte di perdizione, guida sulla via del Signore e insieme satanico richiamo. Emblematica, in tale dicotomia, la figura di Jeremias (Ítalo Martins), solo in alcune scene al centro dell'inquadratura ma di persistente presenza anche fuori campo; creatura del demonio in sembianze umane, egli emerge possente adone dalle acque, soddisfa bisogni primordiali, scava nelle incertezze di Izaquiel e ne accoglie gli istinti, per quanto a conti fatti nemmeno lui sia immune da paure e fragilità.
I due registi osano, ma non troppo; girano diverse sequenze gay hard che però, per quanto realistiche, restano quasi sempre coperte dalla penombra. Non è il facile scandalo che interessa, bensì la turbabilità, l'ipnotica immersione in un coacervo di sensazioni tattili, visive e uditive. Obiettivo raggiunto, seppure con qualche eccessivo indugio dedicato alla quotidianità del protagonista (Caique Copque) all'interno della sua "famiglia" amicale, tra compleanni, feste in discoteca, sparizioni e ritorni. Pause narrative che comunque lasciano minuti di respiro prima di tornare al cuore della tenebra, là dove la potenza della natura glorifica la forza delle immagini, mentre sale la fame di vendetta nei confronti di chi si fa portavoce della causa divina risultando invece bestia della peggior specie.
A Margem do Rio aspira la volontà dell'individuo, ne tocca le pulsazioni erettili, ne esalta l'eterna lotta manichea tra luce e oscurità, giungendo a un prefinale che agli appassionati di lunga data può riportare alla mente un episodio del mitico Creepshow di George Romero (1982). Per poi salutare, senza certezze o insegnamenti morali di cartapesta, con un'ultima inquadratura che cammina mano nella mano verso il definitivo abisso. O forse chissà, verso l'ascesa all'abbraccio della redenzione.
Alessio Gradogna
Sezione di riferimento: Festival di Locarno
Scheda tecnica
Regia e sceneggiatura: Matheus Farias, Enock Carvalho
Anno: 2026
Durata: 117'
Attori: Caique Copque, Ítalo Martins, Artia Lauandah, Renna Costa, Robério Diógenes, Ísis Broken
Fotografia: Luciana Baseggio
Montaggio: Matheus Farias, Will Domingos
Musiche: IDLIBRA
Premiato con indubbio merito dalla giuria del concorso internazionale guidata da Fabrice Du Welz, A Margem do Rio, diretto dalla coppia formata da Enock Carvalho e Matheus Farias (quest'ultimo già rinomato editor e responsabile del montaggio di O agente secreto di Kleber Mendonça Filho), costituisce uno dei migliori film visti nella selezione di Locarno 2026. Siamo di fronte a un'opera di difficile catalogazione: la si forse potrebbe definire come noir onirico/esotico/erotico con venature horror, ma sarebbe una semplificazione. Il racconto che si estende davanti ai nostri occhi va oltre, si mangia labili confini preconfezionati, sale e scende come la marea, gonfiando il petto tra gli angoli distorti di una dimensione incubale in cui spirito e carne si avviluppano alla stregua di arbusti scombinati.
Nel film brasiliano c'è la riflessione sull'attualità autoctona, lo sfruttamento della fede per scopi politici, l'emarginazione di chi non accetta di farsi incasellare, il rifiuto di genitori troppo chiusi in scatole normative e assiomi ecclesiali per accettare le diversità dei propri figli; c'è la solitudine, il rifugio in una comunità dove sentirsi finalmente capiti e amati; c'è la voglia di essere se stessi, di sfidare il vietato e cercare il proibito. E poi c'è il fiume, strumento di battezzo e allo stesso tempo fonte di perdizione, guida sulla via del Signore e insieme satanico richiamo. Emblematica, in tale dicotomia, la figura di Jeremias (Ítalo Martins), solo in alcune scene al centro dell'inquadratura ma di persistente presenza anche fuori campo; creatura del demonio in sembianze umane, egli emerge possente adone dalle acque, soddisfa bisogni primordiali, scava nelle incertezze di Izaquiel e ne accoglie gli istinti, per quanto a conti fatti nemmeno lui sia immune da paure e fragilità.
I due registi osano, ma non troppo; girano diverse sequenze gay hard che però, per quanto realistiche, restano quasi sempre coperte dalla penombra. Non è il facile scandalo che interessa, bensì la turbabilità, l'ipnotica immersione in un coacervo di sensazioni tattili, visive e uditive. Obiettivo raggiunto, seppure con qualche eccessivo indugio dedicato alla quotidianità del protagonista (Caique Copque) all'interno della sua "famiglia" amicale, tra compleanni, feste in discoteca, sparizioni e ritorni. Pause narrative che comunque lasciano minuti di respiro prima di tornare al cuore della tenebra, là dove la potenza della natura glorifica la forza delle immagini, mentre sale la fame di vendetta nei confronti di chi si fa portavoce della causa divina risultando invece bestia della peggior specie.
A Margem do Rio aspira la volontà dell'individuo, ne tocca le pulsazioni erettili, ne esalta l'eterna lotta manichea tra luce e oscurità, giungendo a un prefinale che agli appassionati di lunga data può riportare alla mente un episodio del mitico Creepshow di George Romero (1982). Per poi salutare, senza certezze o insegnamenti morali di cartapesta, con un'ultima inquadratura che cammina mano nella mano verso il definitivo abisso. O forse chissà, verso l'ascesa all'abbraccio della redenzione.
Alessio Gradogna
Sezione di riferimento: Festival di Locarno
Scheda tecnica
Regia e sceneggiatura: Matheus Farias, Enock Carvalho
Anno: 2026
Durata: 117'
Attori: Caique Copque, Ítalo Martins, Artia Lauandah, Renna Costa, Robério Diógenes, Ísis Broken
Fotografia: Luciana Baseggio
Montaggio: Matheus Farias, Will Domingos
Musiche: IDLIBRA




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