Come sempre il Festival di Locarno si muove tra orizzonti variegati, consentendo di compiere percorsi tra cinematografie e tematiche di diversa accezione. In un’annata che ha visto la presenza di autori molto importanti nel concorso principale (Radu Jude con la sua rivisitazione punk di Dracula, Kechiche con l’attesissimo Metkoub My Love: Canto Due), le sezioni collaterali hanno lasciato spazio a opere pregevoli provenienti da tutto il mondo, inclusa peraltro la stessa Svizzera, sede dell’evento.
Proprio in Svizzera è stato realizzato uno dei film che ci ha maggiormente colpito nel vasto programma, ovvero Bagger Drama, di Piet Baumgartner, storia di un devastante lutto e di come esso sia elaborato da chi ne è direttamente coinvolto.
Tutto verte intorno all’attività di una famiglia che gestisce un’azienda legata all’acquisizione, vendita e riparazione di macchine edili, in particolare escavatori. Padre, madre e figlio occupano le loro giornate impegnandosi tra le varie mansioni attinenti, ma nulla è più come prima da quando la loro figlia/sorella è scomparsa, a soli 19 anni, per via di un tragico incidente durante un’uscita in canoa.
Una perdita di questo genere non può che sconvolgere ogni equilibrio, ogni certezza, ogni precedente acquisizione pratica e mentale. A maggior ragione se il rapporto tra i tre membri rimasti naviga sulle coordinate del non detto, dell’affetto trattenuto o mostrato con gesti isolati e misurati. In questo quadro generale, l’accettazione dell’evento, riuscita o mancata, segue comunque spartiti stratificati, mai incasellabili. Così, mentre il capo famiglia si getta nel lavoro e pare conservare energie e solidità, la madre si rifugia nel passato, negli oggetti e nella ricerca di chi più non c’è, e il figlio prova a darsi speranze di futuro attraverso attrazioni fisiche, gesti d’improvvisata libertà e progetti di fuga verso l’America.
I risvolti della trama sono analizzati da Baumgartner con mirabile precisione e momenti narrativi che spiegano tanto, anche tramite simbolismi non banali. Un timido abbraccio nel silenzio che vale più di mille parole; il lettino di un ospedale che va in su e in giù alla stregua della volontà di provare ad andare oltre o restare invece ancorati alla buia sinfonia della sofferenza; l’istinto che porta a idee scapestrate da cui estrarre bozze di sorriso (un bagno nudi nel fiume di notte, una gita al McDonald’s guidando l’escavatore); o ancora, un attimo di raccoglimento collettivo nel quale i tre protagonisti chiudono gli occhi insieme e qualche secondo dopo li riaprono, ma non in sincrono, a esemplificare la carenza di vera comprensione reciproca.
È da qui, dall’empatia non abbastanza presente, che i cuori si allontanano, tra chi va a cercare altre strade per una parvenza di felicità, e chi invece si tiene tutto dentro, salvo poi affondare in gesti estremi. Rette emotive parallele, da cui giocoforza è complicato trovare un punto d’incontro, sviluppate dal regista con ammirevole sensibilità. Senza facili ridondanze lacrimevoli. Ma al contempo senza rinunciare a qualche tocco stilistico originale.
Lo sappiamo bene, la magia del (buon) cinema risiede anche nella capacità di creare poesia laddove in teoria la poesia non c’è. Ecco dunque che Baumgartner si inventa brillanti scene durante le quali imposta una sorta di coreografia con gli escavatori dell’azienda, pronti a spostarsi in simultaneità (le persone no, le macchine sì) dando vita a "balletti" dal sorprendente potere visivo. E mentre gli apparecchi industriali "danzano", gli uomini e le donne consumano le ferite del cordoglio, si leccano le cicatrici o le lasciano invece sanguinare. Senza che ciò debba essere giusto o sbagliato, poiché il dolore non ha dogmi né universali risoluzioni.
Bagger Drama, già premiato al Festival di San Sebastian, fa del rispetto la sua forza. Rappresenta evitando i giudizi, anche quando (ci) costringe ad assistere a decisioni radicali. Si giova di attori d’indiscutibile bravura (con menzione speciale per Bettina Stucky) e ha forse come unico difetto la scelta di musiche un po’ troppo agevoli. Limite comunque secondario, a fronte di un’opera che dipinge con maestria le infinite sfumature racchiuse tra le acque dense della perdita.
Nell’oceano di sentimenti avviluppato all’esiziale privazione procede anche Io non ti lascio solo, diretto da Fabrizio Cattani, basato sul romanzo di Gianluca Antoni e presentato nella sezione Kids Screenings, dedicata agli spettatori più piccoli. Nucleo della vicenda il giovane Filo, che intraprende un’escursione tra i boschi insieme al fidato amico Rullo, alla ricerca del suo cane Birillo, scappato durante un temporale.
L’immersione nella natura a tratti anche oscura e pericolosa si pone come chiaro concetto legato all’esperienza interiore del protagonista, costretto ad affrontare l’angoscia per la sparizione dell’animale ma soprattutto il sentiero di inevitabile crescita derivato dalla recente scomparsa della madre. Un cammino impervio, soprattutto per un uomo che ancora uomo non è. Per reggere l’urto, Filo inventa soluzioni che esulano dalla realtà fattuale (non sveliamo di più), disperati appigli con cui difendersi dalla nuova e insostenibile assenza. In questo caso la sfida al lutto è prima di tutto negazione, finzione auto imposta, creazione di mondi alternativi con cui respingere il vuoto. I personaggi che Filo incontra lungo il tragitto, volenterosi di aiutarlo oppure burberi e minacciosi, svelano un po’ alla volta verità a lui nascoste, e vanno a comporre tasselli di un mosaico necessario per arrampicarsi oltre le colline del rifiuto.
Il film di Cattani, girato in Calabria, in uscita nelle sale italiane in autunno, con Giorgio Pasotti nei panni di un padre eroso dai sensi di colpa e (in apparenza) inadeguato a decifrare i bisogni del figlio, chiama un pubblico di età simile al suo eroe. Fattore che per certi aspetti ne limita lo spessore, ma non ne elimina la riuscita. Per l’acume nel disporre argomenti validi a qualsiasi età, e l’abilità nel rivolgersi ai ragazzi donando però spunti di riflessione e commozione anche agli adulti.
Alessio Gradogna
Sezione di riferimento: Locarno 78
Schede tecniche
Bagger Drama
Regia: Piet Baumgartner
Anno: 2024
Durata: 95'
Sceneggiatura: Piet Baumgartner
Fotografia: Pascal Reinmann
Montaggio: Tania Stöcklin
Attori: Bettina Stucky, Phil Hayes, Vincent Furrer, Karin Pfammatter, Maximilian Reichert
Io non ti lascio solo
Regia: Fabrizio Cattani
Anno: 2025
Durata: 95'
Sceneggiatura: Fabrizio Cattani
Montaggio: Paola Freddi
Musiche: Luca D'Alberto
Attori: Giorgio Pasotti, Mimmo Borrelli, Valentina Cervi, Andrea Matrone, Michael D'Arma
Proprio in Svizzera è stato realizzato uno dei film che ci ha maggiormente colpito nel vasto programma, ovvero Bagger Drama, di Piet Baumgartner, storia di un devastante lutto e di come esso sia elaborato da chi ne è direttamente coinvolto.
Tutto verte intorno all’attività di una famiglia che gestisce un’azienda legata all’acquisizione, vendita e riparazione di macchine edili, in particolare escavatori. Padre, madre e figlio occupano le loro giornate impegnandosi tra le varie mansioni attinenti, ma nulla è più come prima da quando la loro figlia/sorella è scomparsa, a soli 19 anni, per via di un tragico incidente durante un’uscita in canoa.
Una perdita di questo genere non può che sconvolgere ogni equilibrio, ogni certezza, ogni precedente acquisizione pratica e mentale. A maggior ragione se il rapporto tra i tre membri rimasti naviga sulle coordinate del non detto, dell’affetto trattenuto o mostrato con gesti isolati e misurati. In questo quadro generale, l’accettazione dell’evento, riuscita o mancata, segue comunque spartiti stratificati, mai incasellabili. Così, mentre il capo famiglia si getta nel lavoro e pare conservare energie e solidità, la madre si rifugia nel passato, negli oggetti e nella ricerca di chi più non c’è, e il figlio prova a darsi speranze di futuro attraverso attrazioni fisiche, gesti d’improvvisata libertà e progetti di fuga verso l’America.
I risvolti della trama sono analizzati da Baumgartner con mirabile precisione e momenti narrativi che spiegano tanto, anche tramite simbolismi non banali. Un timido abbraccio nel silenzio che vale più di mille parole; il lettino di un ospedale che va in su e in giù alla stregua della volontà di provare ad andare oltre o restare invece ancorati alla buia sinfonia della sofferenza; l’istinto che porta a idee scapestrate da cui estrarre bozze di sorriso (un bagno nudi nel fiume di notte, una gita al McDonald’s guidando l’escavatore); o ancora, un attimo di raccoglimento collettivo nel quale i tre protagonisti chiudono gli occhi insieme e qualche secondo dopo li riaprono, ma non in sincrono, a esemplificare la carenza di vera comprensione reciproca.
È da qui, dall’empatia non abbastanza presente, che i cuori si allontanano, tra chi va a cercare altre strade per una parvenza di felicità, e chi invece si tiene tutto dentro, salvo poi affondare in gesti estremi. Rette emotive parallele, da cui giocoforza è complicato trovare un punto d’incontro, sviluppate dal regista con ammirevole sensibilità. Senza facili ridondanze lacrimevoli. Ma al contempo senza rinunciare a qualche tocco stilistico originale.
Lo sappiamo bene, la magia del (buon) cinema risiede anche nella capacità di creare poesia laddove in teoria la poesia non c’è. Ecco dunque che Baumgartner si inventa brillanti scene durante le quali imposta una sorta di coreografia con gli escavatori dell’azienda, pronti a spostarsi in simultaneità (le persone no, le macchine sì) dando vita a "balletti" dal sorprendente potere visivo. E mentre gli apparecchi industriali "danzano", gli uomini e le donne consumano le ferite del cordoglio, si leccano le cicatrici o le lasciano invece sanguinare. Senza che ciò debba essere giusto o sbagliato, poiché il dolore non ha dogmi né universali risoluzioni.
Bagger Drama, già premiato al Festival di San Sebastian, fa del rispetto la sua forza. Rappresenta evitando i giudizi, anche quando (ci) costringe ad assistere a decisioni radicali. Si giova di attori d’indiscutibile bravura (con menzione speciale per Bettina Stucky) e ha forse come unico difetto la scelta di musiche un po’ troppo agevoli. Limite comunque secondario, a fronte di un’opera che dipinge con maestria le infinite sfumature racchiuse tra le acque dense della perdita.
Nell’oceano di sentimenti avviluppato all’esiziale privazione procede anche Io non ti lascio solo, diretto da Fabrizio Cattani, basato sul romanzo di Gianluca Antoni e presentato nella sezione Kids Screenings, dedicata agli spettatori più piccoli. Nucleo della vicenda il giovane Filo, che intraprende un’escursione tra i boschi insieme al fidato amico Rullo, alla ricerca del suo cane Birillo, scappato durante un temporale.
L’immersione nella natura a tratti anche oscura e pericolosa si pone come chiaro concetto legato all’esperienza interiore del protagonista, costretto ad affrontare l’angoscia per la sparizione dell’animale ma soprattutto il sentiero di inevitabile crescita derivato dalla recente scomparsa della madre. Un cammino impervio, soprattutto per un uomo che ancora uomo non è. Per reggere l’urto, Filo inventa soluzioni che esulano dalla realtà fattuale (non sveliamo di più), disperati appigli con cui difendersi dalla nuova e insostenibile assenza. In questo caso la sfida al lutto è prima di tutto negazione, finzione auto imposta, creazione di mondi alternativi con cui respingere il vuoto. I personaggi che Filo incontra lungo il tragitto, volenterosi di aiutarlo oppure burberi e minacciosi, svelano un po’ alla volta verità a lui nascoste, e vanno a comporre tasselli di un mosaico necessario per arrampicarsi oltre le colline del rifiuto.
Il film di Cattani, girato in Calabria, in uscita nelle sale italiane in autunno, con Giorgio Pasotti nei panni di un padre eroso dai sensi di colpa e (in apparenza) inadeguato a decifrare i bisogni del figlio, chiama un pubblico di età simile al suo eroe. Fattore che per certi aspetti ne limita lo spessore, ma non ne elimina la riuscita. Per l’acume nel disporre argomenti validi a qualsiasi età, e l’abilità nel rivolgersi ai ragazzi donando però spunti di riflessione e commozione anche agli adulti.
Alessio Gradogna
Sezione di riferimento: Locarno 78
Schede tecniche
Bagger Drama
Regia: Piet Baumgartner
Anno: 2024
Durata: 95'
Sceneggiatura: Piet Baumgartner
Fotografia: Pascal Reinmann
Montaggio: Tania Stöcklin
Attori: Bettina Stucky, Phil Hayes, Vincent Furrer, Karin Pfammatter, Maximilian Reichert
Io non ti lascio solo
Regia: Fabrizio Cattani
Anno: 2025
Durata: 95'
Sceneggiatura: Fabrizio Cattani
Montaggio: Paola Freddi
Musiche: Luca D'Alberto
Attori: Giorgio Pasotti, Mimmo Borrelli, Valentina Cervi, Andrea Matrone, Michael D'Arma








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