ORIZZONTI DI GLORIA - La sfida del cinema di qualità
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LOCARNO 78 – Les courageux, di Jasmin Gordon

20/8/2025

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Cosa può essere disposta a fare una madre per assicurare una parvenza di normalità ai propri figli? Fino a dove può spingersi per regalare loro qualche momento felice, nonché l’illusione di riuscire a resistere e risalire nonostante le difficoltà? In quale punto risiede il confine morale tra amore e spietate regole sociali, lotta per il benessere familiare e attività fuori dai canoni della legge?

Sono i temi fondanti di Les courageux, primo lungometraggio di Jasmin Gordon (regista svizzera nata a Los Angeles e autrice di corti transitati in vari festival), già passato lo scorso autunno in alcune rassegne (Toronto, Roma) e presentato nella sezione Panorama Suisse a Locarno.

Senza preamboli, siamo subito al centro dell’azione. Jule, impegnata a crescere da sola tre ragazzini (Claire, Loïc e Sami), viaggia con la prole in macchina, si ferma in un bar, ordina una limonata, si assenta con la tipica frase di circostanza "torno tra cinque minuti" e invece sparisce per ore. La proprietaria del locale chiama le guardie, i bambini fuggono per non farsi prendere dalle forze dell’ordine e tornano a casa in autonomia, passando per i campi e attraversando pericolosamente l’autostrada. Non sappiamo dove sia finita Jule, cosa stia facendo. La vediamo poi tornare in piena notte, e lasciarsi andare a un sospiro di sollievo quando li ritrova sani e salvi, addormentati sul divano.

È soltanto il primo gesto di Jule fuori dagli schemi che ci viene mostrato. La prima manovra scriteriata e di complessa accettazione emotiva agli occhi dello spettatore. Ne seguiranno altre, anche piuttosto estreme, oltre i paletti della legalità.

Chi è Jule? Una donna perduta ed egoista che si disinteressa dei figli? Una "poco di buono" che si droga e/o si prostituisce? No. È una madre che combatte e non riesce; chiede supporto e non lo ottiene; prova a sorridere a chi le sta intorno e ne ricava sguardi malfidenti o commiserevoli. Così non le resta altro da fare che arrangiarsi. Magari rubando. Oggetti nei supermercati, soldi a persone conosciute, ingressi in posti vietati. Con tecniche tutt’altro che improvvisate. 

Jule non è una novizia in tali ambiti. Sono comportamenti che attua da tempo, per i quali ha già avuto problemi con le autorità. Eppure continua, tra una bugia e l’altra, un sotterfugio e l’altro, pur di garantire ai figli qualche anelito di gioia, qualche vaga speranza, qualche afflato di ordinaria quiete familiare. Che sia una festicciola improvvisata con mezzi di fortuna, un bagno al fiume, o la promessa di comprare una casa pur non avendone minimamente la reale possibilità.

La sceneggiatura scritta dalla Gordon e da Julien Bouissoux, sviluppata con il sempre prezioso contributo del TorinoFilmLab, lascia domande irrisolte. Non ci racconta il pregresso, i motivi per cui Jule è arrivata a questa situazione. E lascia persino fuori dal nostro campo visivo alcune risoluzioni narrative. Espedienti utili per fermare il contesto qui e ora, concentrandosi sul rapporto tra lei e i figli, il legame solido nonostante tutto, l’affetto che non sfiorisce al netto della paura e della confusione, i tentativi per far sì che i piccoli non siano divorati dalle circostanze.

Certo, la forca inquisitoria del giudizio è dietro l’angolo. In ogni momento. Nei personaggi di contorno che hanno a che fare con Jule e sanno, o comunque intuiscono. E anche ai nostri occhi esterni. Ma la regia riesce a mantenere la giusta distanza da tesi manichee, non esprime giudizi trancianti, segue con partecipazione la vicenda scartando facili pietismi. La macchina da presa alterna inquadrature concitate di leggero stampo dardenniano a piani più lenti e misurati, sintomi di realismo sociale e lievi soffi di poesia. Sino a quando la protagonista si spoglia, si leva la corazza e si presenta (letteralmente) nuda davanti alla legge, consegnandosi alle conseguenze dei gesti compiuti. O magari si tratta invece di un ulteriore inganno, da cui ripartire, preda della società civile e allo stesso tempo cacciatrice di sogni, per sé e soprattutto per quelle creature che continueranno a volerle bene, qualsiasi cosa accada.

Il film si muove sulle spalle di un’eccellente Ophélia Kolb, attrice francese che si divide tra teatro, cinema e televisione, già vista sul grande schermo ad esempio in Amanda e Les Passagers de la nuit, entrambi diretti da Mikhaël Hers. In lei coesistono con mirabile equilibrio disperazione, ribellione e orgoglio. Sentimenti esaltati dalle scene in cui accumula rifiuti cercando di mantenere testa alta e dignità, e dalle parole rassicuranti rivolte ai figli pure negli istanti in cui ogni residuo di luce pare davvero smarrito.

Bisogna essere courageux, per non rassegnarsi alla sconfitta. Anche solo per provarci, mentre la realtà del mondo ti calpesta e impone il proprio codice omologato. Lo sa Jule, lo imparano volenti o meno anche i ragazzi, in particolare Claire, la più grande dei tre e quindi colei che meglio riesce a mettere a fuoco la loro vera condizione e tutti i rischi annessi.

E allora come fare, per riuscire nell’impresa? Scappare in eterno? Continuare a correre senza fermarsi mai? Forse in realtà esiste un unico modo: restare insieme.

Alessio Gradogna


Sezione di riferimento: Locarno 78

Scheda tecnica

Regia: Jasmin Gordon
Anno: 2024
Durata: 80'
Sceneggiatura: Julien Bouissoux, Jasmin Gordon
Fotografia: Andi Widmer
Montaggio: Jan Mühlethaler
Attori: Ophélia Kolb, Jasmine Kalisz Saurer, Paul Besnier, Arthur Devaux, Sabine Timoteo
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LOCARNO 78 – Bagger Drama di P.Baumgartner / Io non ti lascio solo di F.Cattani

12/8/2025

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Come sempre il Festival di Locarno si muove tra orizzonti variegati, consentendo di compiere percorsi tra cinematografie e tematiche di diversa accezione. In un’annata che ha visto la presenza di autori molto importanti nel concorso principale (Radu Jude con la sua rivisitazione punk di Dracula, Kechiche con l’attesissimo Metkoub My Love: Canto Due), le sezioni collaterali hanno lasciato spazio a opere pregevoli provenienti da tutto il mondo, inclusa peraltro la stessa Svizzera, sede dell’evento. 

Proprio in Svizzera è stato realizzato uno dei film che ci ha maggiormente colpito nel vasto programma, ovvero Bagger Drama, di Piet Baumgartner, storia di un devastante lutto e di come esso sia elaborato da chi ne è direttamente coinvolto.

Tutto verte intorno all’attività di una famiglia che gestisce un’azienda legata all’acquisizione, vendita e riparazione di macchine edili, in particolare escavatori. Padre, madre e figlio occupano le loro giornate impegnandosi tra le varie mansioni attinenti, ma nulla è più come prima da quando la loro figlia/sorella è scomparsa, a soli 19 anni, per via di un tragico incidente durante un’uscita in canoa.

Una perdita di questo genere non può che sconvolgere ogni equilibrio, ogni certezza, ogni precedente acquisizione pratica e mentale. A maggior ragione se il rapporto tra i tre membri rimasti naviga sulle coordinate del non detto, dell’affetto trattenuto o mostrato con gesti isolati e misurati. In questo quadro generale, l’accettazione dell’evento, riuscita o mancata, segue comunque spartiti stratificati, mai incasellabili. Così, mentre il capo famiglia si getta nel lavoro e pare conservare energie e solidità, la madre si rifugia nel passato, negli oggetti e nella ricerca di chi più non c’è, e il figlio prova a darsi speranze di futuro attraverso attrazioni fisiche, gesti d’improvvisata libertà e progetti di fuga verso l’America.

I risvolti della trama sono analizzati da Baumgartner con mirabile precisione e momenti narrativi che spiegano tanto, anche tramite simbolismi non banali. Un timido abbraccio nel silenzio che vale più di mille parole; il lettino di un ospedale che va in su e in giù alla stregua della volontà di provare ad andare oltre o restare invece ancorati alla buia sinfonia della sofferenza; l’istinto che porta a idee scapestrate da cui estrarre bozze di sorriso (un bagno nudi nel fiume di notte, una gita al McDonald’s guidando l’escavatore); o ancora, un attimo di raccoglimento collettivo nel quale i tre protagonisti chiudono gli occhi insieme e qualche secondo dopo li riaprono, ma non in sincrono, a esemplificare la carenza di vera comprensione reciproca.

È da qui, dall’empatia non abbastanza presente, che i cuori si allontanano, tra chi va a cercare altre strade per una parvenza di felicità, e chi invece si tiene tutto dentro, salvo poi affondare in gesti estremi. Rette emotive parallele, da cui giocoforza è complicato trovare un punto d’incontro, sviluppate dal regista con ammirevole sensibilità. Senza facili ridondanze lacrimevoli. Ma al contempo senza rinunciare a qualche tocco stilistico originale.

Lo sappiamo bene, la magia del (buon) cinema risiede anche nella capacità di creare poesia laddove in teoria la poesia non c’è. Ecco dunque che Baumgartner si inventa brillanti scene durante le quali imposta una sorta di coreografia con gli escavatori dell’azienda, pronti a spostarsi in simultaneità (le persone no, le macchine sì) dando vita a "balletti" dal sorprendente potere visivo. E mentre gli apparecchi industriali "danzano", gli uomini e le donne consumano le ferite del cordoglio, si leccano le cicatrici o le lasciano invece sanguinare. Senza che ciò debba essere giusto o sbagliato, poiché il dolore non ha dogmi né universali risoluzioni.

Bagger Drama, già premiato al Festival di San Sebastian, fa del rispetto la sua forza. Rappresenta evitando i giudizi, anche quando (ci) costringe ad assistere a decisioni radicali. Si giova di attori d’indiscutibile bravura (con menzione speciale per Bettina Stucky) e ha forse come unico difetto la scelta di musiche un po’ troppo agevoli. Limite comunque secondario, a fronte di un’opera che dipinge con maestria le infinite sfumature racchiuse tra le acque dense della perdita.
​

Nell’oceano di sentimenti avviluppato all’esiziale privazione procede anche Io non ti lascio solo, diretto da Fabrizio Cattani, basato sul romanzo di Gianluca Antoni e presentato nella sezione Kids Screenings, dedicata agli spettatori più piccoli. Nucleo della vicenda il giovane Filo, che intraprende un’escursione tra i boschi insieme al fidato amico Rullo, alla ricerca del suo cane Birillo, scappato durante un temporale.

L’immersione nella natura a tratti anche oscura e pericolosa si pone come chiaro concetto legato all’esperienza interiore del protagonista, costretto ad affrontare l’angoscia per la sparizione dell’animale ma soprattutto il sentiero di inevitabile crescita derivato dalla recente scomparsa della madre. Un cammino impervio, soprattutto per un uomo che ancora uomo non è. Per reggere l’urto, Filo inventa soluzioni che esulano dalla realtà fattuale (non sveliamo di più), disperati appigli con cui difendersi dalla nuova e insostenibile assenza. In questo caso la sfida al lutto è prima di tutto negazione, finzione auto imposta, creazione di mondi alternativi con cui respingere il vuoto. I personaggi che Filo incontra lungo il tragitto, volenterosi di aiutarlo oppure burberi e minacciosi, svelano un po’ alla volta verità a lui nascoste, e vanno a comporre tasselli di un mosaico necessario per arrampicarsi oltre le colline del rifiuto.

Il film di Cattani, girato in Calabria, in uscita nelle sale italiane in autunno, con Giorgio Pasotti nei panni di un padre eroso dai sensi di colpa e (in apparenza) inadeguato a decifrare i bisogni del figlio, chiama un pubblico di età simile al suo eroe. Fattore che per certi aspetti ne limita lo spessore, ma non ne elimina la riuscita. Per l’acume nel disporre argomenti validi a qualsiasi età, e l’abilità nel rivolgersi ai ragazzi donando però spunti di riflessione e commozione anche agli adulti. 

Alessio Gradogna


Sezione di riferimento: Locarno 78

Schede tecniche

Bagger Drama

Regia: Piet Baumgartner
Anno: 2024
Durata: 95'
Sceneggiatura: Piet Baumgartner
Fotografia: Pascal Reinmann
Montaggio: Tania Stöcklin
Attori: Bettina Stucky, Phil Hayes, Vincent Furrer, Karin Pfammatter, Maximilian Reichert

Io non ti lascio solo

Regia: Fabrizio Cattani
Anno: 2025
Durata: 95'
Sceneggiatura: Fabrizio Cattani
Montaggio: Paola Freddi
Musiche: Luca D'Alberto
Attori: Giorgio Pasotti, Mimmo Borrelli, Valentina Cervi, Andrea Matrone, Michael D'Arma

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LOCARNO 77 – Rita, di Paz Vega

22/8/2024

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​Ci sono segreti dentro alle case. Segreti spiacevoli, dolorosi, infami, nascosti agli occhi di chi ignaro cammina per le strade. Ci sono prigioni da cui è difficile evadere, soprattutto se sei una donna sposata con figli, in una nazione dove il divorzio è da poco stato introdotto e la mentalità cattolica è ben radicata.

Poi c’è l’innocenza. Quella virtù naturalmente insita nell'età dell’infanzia, destinata purtroppo con ogni probabilità a perdersi via via che si cresce. Un’innocenza che in certe situazioni rischia però di evaporare troppo in fretta, contro la propria volontà, senza colpa dinanzi a scene terribili e faticose da comprendere. Traumi le cui conseguenze restano e resteranno impresse sulla pelle e nel cuore, alla stregua di cicatrici impossibili da estirpare.

Ecco i temi al centro di Rita, lungometraggio d’esordio in veste di sceneggiatrice e regista per Paz Vega, presentato in anteprima a Locarno nella cornice di Piazza Grande. Conosciuta sia dal pubblico europeo che dalle platee americane, forte di interpretazioni divise tra commedie erotiche e drammi, da Lucia y el sexo a Hable con ella (Parla con lei), da La masseria delle allodole a Vallanzasca, da Spanglish al delizioso 10 Items or Less (10 cose di noi), l’attrice e modella spagnola ha pensato per lungo tempo a questo film. Non ha avuto fretta, ha atteso le condizioni giuste, riuscendo alla fine a realizzare un lavoro che colpisce l’anima dello spettatore per la durezza del contenuto, ma pure per la sua dolcezza.

Con la macchina da presa quasi sempre ad altezza di bambina seguiamo la piccola Rita, 7 anni. Nella cameretta dove dorme con il fratellino Lolo c’è un disegno attaccato al muro che rappresenta la sua famiglia contornata da un grande cuore. Loro due, il papà e la mamma. Un idillio che purtroppo non trova fondamento nella realtà. Rita è ordinata, premurosa e attenta nello svolgere le faccende di casa, si entusiasma per una gita in piscina o un giro sulle giostre, vorrebbe andare al mare, vuol bene alla nonna, dice le preghiere e da brava sorella maggiore aiuta il fratello se lo vede in difficoltà. I suoi occhi emanano infinita gentilezza. Dietro il velo dell’apparenza scava però l’inferno, espresso da un padre tassista che quotidianamente umilia la madre a suon di critiche e insulti per ogni (vera o presunta) mancanza, fosse anche solamente l’errore di non mettere al fresco le birre in frigorifero. Invettive che talvolta vanno persino un passo oltre, passando dalla prepotenza verbale all’aggressione fisica.

Siamo a Siviglia, in una caldissima estate. È il 1984, si guardano alla televisione partite di calcio con la nazionale francese di Tigana, Giresse e Platini. La periferia urbana dove vive la famiglia di Rita è perlopiù povera e operaia. Si gioca per la strada, si cerca quel poco di felicità possibile, si risparmiano soldi per comprare un condizionatore con cui combattere l’afa. I mezzi sono pochi, lo stress è tanto. Un uomo fatica tutto il giorno, torna a casa la sera e non trova nemmeno una birra gelata a disposizione: insopportabile, inaccettabile. Basta poco per scatenare l’ira, a cui i bimbi possono sottrarsi solo tappandosi le orecchie, rifugiandosi in cameretta o sul tetto e creando nella mente liete storie di fantasia. È un’epoca in cui la Spagna ancora accusa i postumi della dittatura; l’opportunità di divorzio esiste da pochi anni e fatica a prendere piede. Per una donna con figli che dipende economicamente dal marito è difficile trovare il coraggio di considerare la parola separazione, nonostante si viva in una gabbia nera dove ogni decisione è proprietà esclusiva dell’uomo, lo sdegno si apparenta ai silenzi sottomessi, gli insulti e le botte si alternano a obbligati e schifosi amplessi notturni e si è sempre sul chi va là, tra le fauci della paura.

Nella gabbia c’è la madre (interpretata dalla stessa Paz Vega), magrissima, smunta, con un viso adombrato dalla consunzione. Ma anche i figli, inermi, costretti a sentire e vedere cose che un bimbo non dovrebbe nemmeno immaginare.

Dallo scenario appena enunciato risulta facile e immediato paragonare Rita a C’è ancora domani, il recente, osannato e pluripremiato film di Paola Cortellesi, tipico esempio di come il termine "capolavoro" sia usato con troppa leggerezza. Tra le due opere esiste un netto scarto temporale (dagli anni Quaranta agli Ottanta), ma le tematiche di base sono per molti versi equiparabili. Sperando di non essere accusati di lesa maestà, ci permettiamo di affermare che la pellicola dell’ex icona sexy iberica raggiunge esiti decisamente migliori. Qui non ci sono artifici formali velleitari (i pestaggi a passo di danza) bensì una linearità d’insieme encomiabile proprio perché priva di fantomatiche invenzioni stilistiche. Inoltre, le violenze avvengono fuoricampo, in una sorta di ammirabile rispetto per il dolore.

L’unica peculiarità, come accennato, è racchiusa nel posizionamento della cinepresa, posta quasi sempre all’altezza della piccola Rita, soprattutto nella parte iniziale. Gli adulti sono tagliati a metà, i loro visi lasciati fuori dall’inquadratura, su in alto, troppo in alto per essere decifrati. Giganti, estranei, lontani. Un po’ alla volta però i titani entrano a pieno titolo nel campo visivo, in senso opposto rispetto alla forzatura tale per cui la portabandiera dell’età della purezza è suo malgrado costretta a confrontarsi con il loro mondo.

Il debutto registico di Paz Vega trapassa il cuore, per ciò che racconta e per la semplicità del come, nel suo voler essere esempio del destino sofferto e nascosto di tante, troppe donne, ieri come oggi. Nel mentre possiamo però anche emozionarci per un paesaggio fiorito in cui scorrono fiumi di tenerezza, glorificati dallo splendore della protagonista Sofía Allepuz, le cui espressioni e i cui sorrisi sfondano lo schermo.

Nella genuinità della messinscena, nei sospiri di favola in risposta all’orrore, si diffonde la candida bellezza di Rita, a cui contrapporre un unico dubbio, relativo all’epilogo, non certo fuori contesto ma probabilmente esagerato nell’economia del racconto. Per il resto convinti applausi, e il desiderio di lanciare anche noi un aeroplanino di carta, in un alito di gioia, sognando le onde del mare.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Locarno 77


Scheda tecnica

Regia e sceneggiatura: Paz Vega
Attori: Sofía Allepuz, Alejandro Escamilla, Paz Vega, Roberto Álamo
Fotografia: Eva Díaz Iglesias
Montaggio: Ana Álvarez Ossorio
Musica: Pablo Cervantes
Anno: 2024
Durata: 94’
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LOCARNO 77 – Olivia & Las Nubes / Der Fleck

16/8/2024

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​A Locarno si parla d’amore. Sfruttando il cinema come potente strumento per analizzarne le dinamiche, attraverso forme tanto differenti quanto efficaci. Esempio pregnante Olivia & Las Nubes, film d’animazione proveniente dalla Repubblica Dominicana e diretto da Tomás Pichardo-Espaillat, autore assai noto nel suo paese con numerosi lavori già alle spalle.

Da un lato lo stile, dall’altro il racconto. La prima faccia della medaglia ci regala un’opera in cui la creatività domina la scena in ogni istante, grazie a un caleidoscopio di linee, spirali, segmenti e colori in grado di ammaliare lo sguardo attimo dopo attimo. Senza sosta si passa da tratti semplici, stilizzati, persino "infantili" (termine tutt’altro che limitativo) a figure più complesse, da inserti metaforici a invenzioni visive in perenne movimento che transitano da un soggetto e da un materiale all’altro. Il regista e i collaboratori non si risparmiano, amalgamano l’animazione classica con stop motion e immagini live action di stampo documentaristico, dividono spesso lo schermo in quadretti e danno vita a un mondo magico, poetico, surreale, ricchissimo di stimoli per l’occhio oltreché per l’udito.

Poi c’è la scrittura, aspetto non certo secondario, estesa in più storie che si intersecano. Abbiamo Olivia, prigioniera di un vecchio amante perduto che vive sotto il suo letto e si nutre di fiori ricambiando con nuvole di pioggia; Barbara, trattata male dall’uomo che vorrebbe al suo fianco; Mauricio, avvolto dalla tristezza fino a sperare di essere ingoiato dalla terra; Ramon, sbalordito di fronte a una pianta che assume le fattezze di una donna innamorata (e parecchio gelosa). Temi dunque adulti, sviluppati nel segno di una riflessione sui traumi del sentimento, il dolore della lontananza, i rimorsi non curabili, i ricordi che non se ne vanno e sopravvivono alla corrosione del tempo, come marionette in valigia.

L’unione di idee e sostanza è di prima qualità. Una scatola da cui fuoriescono matite, pastelli, nastri e infiniti coriandoli di seta, talmente stipata da rendere quasi impossibile l’eventualità di riuscire a coglierne tutti i dettagli. C’è davvero molta bellezza in Olivia & Las Nubes, lavoro onirico, maturo, eclettico e prezioso.

Maturo, nonostante l’età acerba dei suoi interpreti; aggettivo che ben si presta per introdurre Der Fleck, del tedesco Willy Hans, inserito (come il titolo precedente) nella sezione Cineasti del presente, a conti fatti, un po’ come tutti gli anni, la più interessante del festival. Dagli eventi dell’età adulta passiamo alla dimensione complessa dell’adolescenza. Al centro della scena Simon, annoiato ragazzo che un giorno raggiunge un gruppo di coetanei per una giornata di "relax" al fiume. Minuti e ore scorrono nella placida noia; effusioni tra partner, giochi di rapida dissoluzione, sigarette, scherzi, piccoli imbarazzi. Un languido dolce far niente da cui Simon si sente escluso. Sempre in disparte, a incrociare con timidezza e vergogna gli sguardi altrui ed essere più volte sul punto di andarsene. La situazione di stallo muta però all’arrivo di Maria, ragazza dall’apparente scudo forte sotto il quale però si percepisce una certa fragilità e tenerezza. Simon e Maria si allontanano dagli altri, trovando senza bisogno di parole o di chissà quali gesti una spontanea complicità che li porta ad avventurarsi nel bosco. Ha inizio un viaggio incantato, durante il quale i due ragazzi si fondono con gli alberi, le pietre, l’acqua, limitandosi a minimi approcci fisici tra loro ma vivendo un’esperienza speciale che probabilmente rimarrà impressa nella memoria.

Il paradosso di Der Fleck è la sostanziale immobilità, in contrasto con una sorta di ipnosi che ammanta lo spettatore senza sforzo. Non accade quasi nulla, nella prima parte e pure nella seconda. Nonostante ciò la mano dell’autore ci trasporta in una realtà sospesa, rarefatta, in cui sembra non esserci né un prima né un dopo. Siamo dentro le viscere di una bolla panica che elimina le maschere, gli obblighi della scuola, le pressioni sociali, i sogni del futuro. Siamo nell’attimo, lì e ora, un attimo da consumare con lentezza, folletti nel regno della natura e forse beneficiari di un primo silente tuffo nella passione.

Hans guida l’escursione bucolica prendendosi più di una libertà: consente ai protagonisti di guardare verso la macchina da presa, inquadra un ciak rompendo la parete della finzione, cambia stile e velocità di montaggio. Sceglie i volti giusti, in particolare quello di Alva Schäfer (berlinese classe 2002), i cui capelli in tinta eccentrica e il cui considerevole magnetismo riportano alla mente la Léa Seydoux di La vie d’Adèle. E quando i contorni di fiaba finiscono e i ragazzi si ricongiungono alla compagnia, rimangono la stanchezza e qualche foto sfocata e imbranata, testimonianze dell’episodio che potrebbe aver decretato la nascita di una relazione e/o un rito di passaggio. 

Però se anche così non fosse poco importa; c’è stato il momento. Uno di quelli che non si dimenticano mai.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Locarno 77


Schede tecniche

Olivia & Las Nubes (Olivia & the Clouds)

Regia e sceneggiatura: Tomás Pichardo-Espaillat
Voc: Héctor Aníbal, Olga Valdez, Elsa Núñez, Dominique Goris, Fery Cordero
Musica: Cem Misirlioğlu
Anno: 2024
Durata: 84’

Der Fleck (Skill Issue)

Regia e sceneggiatura: Willy Hans
Attori: Leo Kuhn, Alva Schäfer, Shadi Eck, Felix Maria Zeppenfeld
Fotografia: Paul Spengemann
Montaggio: Willy Hans, Matthias Graatz
Musica: Isolée, Daniel Hobi, Christoph Blawert
Anno: 2024
Durata: 94’
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LOCARNO 77 – Luce / Les paradis de Diane

13/8/2024

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​Il Festival di Locarno è come sempre sinonimo di cinema d’autore, nelle sue varie sfaccettature, senza paura di osare e proporre territori di visione originali. Quest’anno il concorso internazionale ha offerto due film italiani, il più interessante dei quali racconta una storia di donna intrisa di solitudine esistenziale e tentativo di porre un argine a mancanze e assenze. 

Ci riferiamo a Luce, diretto a quattro mani da Silvia Luzi e Luca Bellino, già all’opera insieme per Il cratere (2017). Al centro della scena una ragazza di poco più di 20 anni che fa l’operaia in una conceria; ambiente di lavoro disumanizzante, nel quale tutte le giornate si susseguono allo stesso modo, è in teoria vietato persino parlare durante il turno, le mani si rovinano e ogni sgarro è punito con l’assegnazione di mansioni ancora più faticose. La vita della protagonista è segnata da chi c’è, ovvero il proprio gatto, unica compagnia quotidiana al di fuori di saltuarie serate di sfogo a suon di alcool e balli, e soprattutto da chi non c’è, il padre, chiuso in prigione e troppo, troppo lontano. Con uno stratagemma la ragazza cerca di recapitare un telefono oltre la barriera delle sbarre per poter comunicare con lui, cosa che (in teoria) avviene quando inizia a ricevere telefonate da un uomo che le dice di essere proprio il padre. Ma lo è davvero? Forse sì, più probabilmente no.

​Tanto basta comunque alla figlia per aggrapparsi a questa conversazione senza volto (e senza comprovata identità) come salvagente per dare un freno alla malinconia, per ritrovare un vago afflato di speranza. Nella sua mente i sentimenti e le reazioni non smettono però di accavallarsi, distorcersi, mischiarsi; nel volto lacrime e sorrisi si alternano in un batter di ciglia, sul crinale tra confusione e sguardi verso il cielo, culla di un’illusione e tagli aguzzi della realtà, ulteriori dolorose perdite e senso di distacco da ogni certezza fattuale, porte inchiodate dalla rabbia e freddo smarrimento.

Luce è un film pregevole per come sa tenere lo spettatore avvolto, nonostante i limiti di uno sviluppo che prevede lunghi minuti di statica conversazione telefonica. Eppure la stasi diventa movimento, nelle voci, nei toni talvolta aspri talvolta dolci e cantilenanti, nel mutamento improvviso di espressioni. Così ogni istante sembra prezioso, anche grazie alla prova multiforme di Marianna Fontana (una delle gemelle di Indivisibili, 2016), su cui la macchina da presa insiste senza pudore per ricavarne qualsiasi lieve o netto scarto. E se è vero che al termine dei titoli di coda restano perplessità per un finale aperto e "liquido" che non concede alcuna risoluzione, d’altro canto si applaude volentieri questo forte ritratto di giovane donna persa in un mondo duro e spietato, ingannevole e alienato.

Dalla genitorialità anelata si passa, in senso opposto, alla genitorialità rifiutata, dalla solitudine subita alla solitudine voluta, con Les paradis de Diane, film svizzero inserito nell’apposita sezione Panorama Suisse e diretto anche in questo caso in coppia, da Carmen Jaquier (già autrice dell’apprezzato Foudre, 2022) e Jan Gassmann. Qui la protagonista è la donna del titolo, in fuga dalla clinica dove poche ore prima ha partorito la sua prima figlia. Diane scappa dalla neonata, dal marito, dal resto della famiglia. Scappa dalla responsabilità, dal ruolo, dagli schemi inesorabili di ciò che l’attende, da una condizione di madre che non sa/riesce a recepire. Non dice nulla a nessuno, butta via il telefono, fa perdere le sue tracce, vaga lontana. Si aggira come fantasma nelle notti di paesi non suoi, dorme nell’atrio dei palazzi, fa incontri occasionali, scopre nuove realtà, in un processo di trasformazione interiore che poi non è altro se non il riappropriarsi della propria essenza. Il richiamo della colpa si scontra con il fresco soffio della libertà, il timore per le conseguenze viene coperto dal miele della novità. 

Un’amica temporanea incontrata per caso cita Agnès Varda e le dice "dentro ogni persona c’è un isola; tu sei un’isola selvaggia". Aggettivo appropriato: selvaggio è infatti il carattere del personaggio ma pure lo stile di sceneggiatura e regia, spesso disordinato e traballante, talvolta non del tutto credibile, mancante di certi approfondimenti però in grado di coinvolgere. Con Diane (un’intensa Dorothée de Koon) vagabondiamo un po’ anche noi, tra bagni in piscine di sconosciuti, approcci sessuali lasciati a metà, spettacoli lascivi, documenti gettati nell’immondizia, rimorsi, parrucche viola, nascondigli e autodifese. Quando poi ciò che si è lasciato alle spalle torna a farsi vivo in carne, ossa e pressanti richieste, la direzione da prendere si chiarisce, ricevendo in dote un ultimo e splendido gesto d’amore.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Locarno 77


Schede tecniche

Luce

Regia: Silvia Luzi, Luca Bellino
Sceneggiatura: Silvia Luzi, Luca Bellino
Attori: Marianna Fontana, Tommaso Ragno (voce)
Fotografia: Jacopo Maria Dr. Caramella
Montaggio: Silvia Luzi, Luca Bellino
Musiche: Stefano Grosso, Alessandro Paolini
Anno: 2024
Durata: 95’


Les paradis de Diane

Regia: Carmen Jaquier, Jan Gassmann
Sceneggiatura: Carmen Jaquier
Attori: Dorothée de Koon, Aurore Clément, Omar Ayuso, Roland Bonjour
Fotografia: Thomas Szczepanski
Montaggio: Carole Le Page
Musiche: Marcel Vaid
Anno: 2024
Durata: 98’
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LOCARNO 76 – Patagonia / Touched

10/8/2023

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​Gabbie. Da cui cercare fuga oppure in cui rifugiarsi. Gabbie dei/nei sentimenti, simboli di relazioni nelle quali la dipendenza diviene atto fondante di storture emotive difficilmente gestibili. Prigioni del cuore, da cui evadere in cerca di una libertà che forse però in fondo nemmeno può esistere.

Punti salienti di uno dei film più interessanti selezionati quest’anno nel concorso internazionale del Festival di Locarno, ovvero Patagonia, esordio nel lungometraggio di Simone Bozzelli, autore che già si era fatto conoscere per la direzione di corti e video musicali (in particolare I Wanna Be Your Slave degli amatissimi Måneskin).

Al centro della vicenda Yuri, ragazzo ventenne che vive in un paesino abruzzese. Un quasi adulto con la mente di un bambino, molto più giovane nei pensieri e nelle azioni rispetto all’età di riferimento. Tanto che, ad esempio, lo vediamo fare il bagno nella vasca con una zia seduta accanto alla vasca stessa, ad assisterlo. Proprio come si farebbe con un bimbo. Eppure, nonostante il candore e l’ingenuità, Yuri cova desideri di allontanamento da una realtà che lo limita e annoia; sogni destinati forse a realizzarsi nel momento in cui incontra Agostino, irruente animatore di feste che si sposta con il camper da un luogo all’altro, a seconda di dove viene chiamato a lavorare, salvo poi, nei periodi di stasi, fermarsi per tempo variabile in una sorta di comunità a cielo aperto abitata da anime scapestrate e fuori dagli schemi. 

Yuri (il bravissimo Andrea Fuorto) scappa di casa, segue Agostino, decide di restare con lui; i due sviluppano un rapporto che va al di là della semplice amicizia, anelano un viaggio in Patagonia, iniziano a risparmiare qualche soldo per dare corpo al progetto. La loro vicinanza assume presto contorni pericolosamente inclini a una palese diversità di livello: Agostino, più grande e molto più carismatico, diviene il soggetto dominante; Yuri, inesperto in tutto, ne subisce la personalità e gli si lega oltre i giusti limiti, sino a farsi sottomettere. Si introducono così parole taglienti, silenzi o gesti punitivi, reazioni radicali, ordini da rispettare; persino la pipì si trasforma in strumento di cocente umiliazione. La legge del desiderio non conosce misericordia. Eppure, dopo un po', i ruoli ben definiti trovano completo ribaltamento, giungendo infine (letteralmente) al fuoco e alla cenere, da cui (forse) azzerare e ripartire.

Patagonia è un film impetuoso, a tratti persino furioso, in cui un apparato cromatico da western si accompagna ai dettagli, ai primissimi piani, all’analisi approfondita di una relazione malata, dove peraltro la passione cerca di imporsi, nonostante tutto. Opera di gabbie, si diceva, ma non abbastanza serrate; facile scapparne, o rinchiudersi volontariamente. Storia di cuori allo sbando, cibi consumati alla bell'e meglio come e quando capita, piercing sui capezzoli, droghe, sporcizia, rave party che sembrano non finire mai. Raschiatura di un oggi che non pare prevedere molte possibilità di domani e va dunque consumato con voracità.

Il lavoro di Bozzelli mostra indubbio talento e lodevoli idee. Sconta un’estetica a volte sin troppo da videoclip e qualche buco narrativo. Però vibra, scuote, colpisce, tiene alta l’attenzione, cavalcando una dissestata giostra di idolatria ("a me piace quello che piace a te"), solitudini e maturazione.

Certi incontri cambiano davvero la vita. Come quello tra Maria, infermiera con un corpo a dir poco generoso, e Alex, uomo paraplegico reduce da un incidente che lo ha quasi totalmente privato del movimento. Figure preminenti in Touched, della tedesca Claudia Rorarius, già apprezzata fotografa qui al suo secondo lungometraggio per il cinema. 

Lui, disperato, vorrebbe morire, porre fine a un’esistenza annegata nei miasmi dell’incubo. Lei, intimidita dalla difficoltà di relazionarsi con se stessa e con un paziente così complesso da gestire. Salvo poi rapidamente affezionarsi allo sfortunato interlocutore. Attaccamento prima dimostrato con momenti di tenerezza (una dolce ninna nanna per farlo addormentare), poi dirigendosi verso strade assai diverse, nel tentativo di ravvivare parti di Alex apparentemente ormai insensibili a ogni stimolo.

Il rapporto tra Maria e Alex supera il necessario distacco fisico e psicologico. La mente e la carne diventano quasi un tutt’uno. Il sesso si impone come mezzo di salvezza, guida, controllo e (ri)scoperta. Maria smette di vergognarsi della sua condizione estetica, assai lontana dai canoni normali della società. La vediamo masturbarsi, danzare con grazia, cantare, spogliarsi nuda di fronte ad Alex senza più pudori. L’uomo accoglie queste strane attenzioni, poi le rifiuta con sdegno, poi le richiede di nuovo. La procacità di lei e le impossibilità di lui rendono necessaria una forte creatività, per inventare situazioni erotiche. Ci si riesce, con ampia soddisfazione e di nascosto da tutti, poiché nessuno potrebbe capire e accettare.

Peccato che, come in Patagonia, anche qui la poesia del sentimento sfumi, per lasciare spazio alla dipendenza, in un gioco (al massacro) in cui le posizioni di dominazione e sottomissione si accavallano e ribaltano in più occasioni. Assistiamo a una guerra di potere, come avviene in tante coppie. Una guerra che si estende tra allontanamenti, riavvicinamenti, preghiere, insulti, vendette, approdando a un epilogo a doppio strato.

Touched, inserito nella sezione Cineasti del presente, non è affatto il primo film che prova a raccontare la sessualità delle persone disabili. È sufficiente ricordare Guardami di Davide Ferrario, uscito oltre vent’anni fa. Ma in pochi finora lo avevano fatto così, superando parecchi tabù in modo anche esplicito. 

Il lavoro della berlinese Rorarius si giova dell’eccellente interpretazione di Isold Halldórudóttir, modella islandese scoperta dalla regista per caso: una non attrice che recita con molta più naturalezza di quanto avrebbero fatto tante professioniste navigate. In lei, nei suoi occhi pieni di paura e volontà, nelle sue forme, Touched respira e sospira. A volte i tempi narrativi sono errati, tra progressi introdotti con troppa enfasi e scene successive allungate oltre misura. Ciò non impedisce di restare avvinti, oscillando davanti e dentro allo schermo tra delicatezza e morbosità, sincera partecipazione emotiva e trasporto voyeuristico.

Patagonia e Touched: sfumature di rapporti affettivi che squagliano le consuetudini, gettano a mare le convenienze, riflettono sul senso di bisogno. Sempre nel nome dell’amore, anche quello sbagliato o impossibile. 

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival Locarno


Schede tecniche

Patagonia

Regia: Simone Bozzelli
Sceneggiatura: Tommaso Favagrossa, Simone Bozzelli
Attori: Andrea Fuorto, Augusto Mario Russi, Elettra Dallimore Mallaby, Alexander Benigni
Fotografia: Leonardo Mirabilia
Montaggio: Christian Marsiglia
Anno: 2023
Durata: 112’


Touched

Regia e sceneggiatura: Claudia Rorarius
Attori: Isold Halldórudóttir, Stavros Zafeiris, Angeliki Papoulia, Yousef Sweid, Dimitra Vlagopoulou
Montaggio: Laura Lauzemis, Andreas Wodraschke
Musiche: Donna Regina, Nils Frahm, Federico Albanese & Tara Nome Doyle
Anno: 2023
Durata: 135’
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LOCARNO 76 – La morsure / La voie royale

6/8/2023

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​Come per ogni importante festival europeo che si rispetti, il cinema francese ha svolto un ruolo significativo anche nell’edizione 76 di Locarno. Non tanto nel concorso internazionale, dove hanno trovato posto solo Sylvain George e l’ennesimo (e ormai un po’ stancante) tuffo nell’irriverenza di Quentin Dupieux, quanto piuttosto in sezioni collaterali dove invece la partecipazione transalpina si è rivelata abbondante, ovvero Piazza Grande, il fuori concorso e la sempre pregevole categoria dei Cineasti del presente.

In quest’ultimo blocco è stato inserito La morsure, lungometraggio d’esordio di Romain de Saint-Blanquat, con protagonista la giovane Françoise, anni 17, segretata in un collegio cattolico tra le grinfie di suore affette da un certo fanatismo. Insofferente alla sostanziale clausura e alle rigide regole dell’istituto, e preda di credenze derivate da una mente confusa e piuttosto labile, Françoise (l’intensa Léonie Dahan-Lamort)  “decide” di avere davanti a sé l’ultima notte di vita, notte in cui in un modo o nell’altro andrà incontro a una prematura morte. Per trascorrere le sue (presunte) ore finali in libertà, la ragazza scatena una rabbia interiore sino a quel momento inespressa, spacca una finestra e fugge dal convento, insieme all’amica Delphine, per dirigersi verso una festa in maschera. Giunta a destinazione, butta a mare ogni regola di buona condotta precedentemente imposta, si abbandona al trucco, all’alcool, al ballo, ai baci; in lei si scatenano istinti nascosti, guidati dal desiderio di divorare i teorici ultimi istanti d’esistenza prima di consegnarsi al destino.

Aperto da lugubri inquadrature boschive e da musiche di argentiana memoria, La morsure si nutre di nettissimi contrasti, a livello narrativo e stilistico, sviluppandosi secondo precetti registici che sviano continuamente lo spettatore, portandolo a fluttuare tra le tipicità del racconto di formazione e originali suggestioni di marca orrorifica. Parliamo, peraltro, di un orrore in un certo modo fasullo, ovvero posto come strumento di ipnosi visiva ma al contempo privo di concretezza; contorno, cornice che si insinua nei passaggi della storia come a voler ammantare di un nero velo di tenebra ciò che invece La morsure è nella sostanza: l’analisi di una lunga e decisiva notte in cui una ragazza scopre l’essenza di sé, la propria personalità, i palpiti d’amore, il sesso, seminando tracce che mai potrà dimenticare.

Il film di Romain de Saint-Blanquat tenta così un bizzarro e complicato mix tra Tempo delle mele e Suspiria, raziocinio ed emancipazione, vestiti pudici e fiamme di rivolta, imposizioni religiose e brividi profumati di stregoneria e vampirismo. Operazione assai rischiosa che in qualche punto scivola e inciampa, ma sa anche suscitare notevole e costante interesse, risolvendosi in un apprezzabile oggetto cinematografico fuori dal tempo e dagli schemi.

Manteniamo il fil rouge adolescenziale per passare a La voie royale, di Frédéric Mermoud, già autore nel 2016 del pregevole Moka (Per mio figlio), visto da chi scrive proprio a Locarno in Piazza Grande, in un’epica proiezione sotto la pioggia. La Piazza cinefila più grande del continente ha riaccolto sette anni dopo Mermoud per il suo nuovo lavoro, incentrato sul volto e le movenze di Sophie (la promettente Suzanne Jouannet), diciottenne che vive in campagna, aiuta la famiglia a portare avanti un’azienda agricola e al contempo frequenta l’ultimo anno di liceo. Molto dotata in matematica, viene convinta dal suo insegnante a iscriversi a una classe preparatoria, modalità diffusa in Francia allo scopo di forgiare gli alunni più brillanti per farli poi entrare nelle scuole nazionali di alto livello. 

Per Sophie, questo passaggio si tramuta in un cambio radicale di abitudini e prospettive: trasferirsi in città, allontanarsi dal nido familiare, costruire conoscenze e amicizie. Ma soprattutto, ritrovarsi in una realtà spietata, dove la competizione muove ogni giornata, l’eccellenza è il pane quotidiano, i ragazzi lottano furiosamente per mostrarsi all’altezza e superarsi l’un l’altro, i professori (in particolare un’arcigna Maud Wyler) trattano gli studenti con estrema durezza senza risparmiare loro secche umiliazioni quando i risultati non sono sufficienti.

Giocoforza, la nuova vita di Sophie si tramuta presto in un rapido (e doloroso) passaggio all’età adulta, contraddistinto da pesi emotivi, sensazione perenne di non essere abbastanza brava e intelligente, terribili complessi di inferiorità nei confronti di quasi tutti i coetanei. La voglia di piangere, mollare tutto e tornare alle stalle e ai maiali si scontra con la tenacia, il sogno di emergere, l’obiettivo di farcela; ma la strada è difficile, lastricata di sforzi all’apparenza inutili, illusioni e delusioni. Perché nessuno aspetta, e non esistono né empatia né pietà.

Destinato chiaramente a un pubblico ampio, La voie royale viaggia in direzione uguale e contraria rispetto a La morsure: al centro sempre un sentiero di crescita, ma se con la turbolenta Françoise siamo sballottati tra ripidi tornanti e panorami nebulosi, asincronie e volute discordanze, qui si procede invece su una carreggiata più dritta e rassicurante, nonostante la severità di talune situazioni e del contesto generale. L’opera di Mermoud non travalica determinati modelli, non azzarda troppo, non tenta voli pindarici: limite però in fondo sostenibile, poiché l’efficacia espressiva emerge con armonia e buoni esiti. 

Assistiamo così alla maturazione di una giovane donna che, pur con tanta fatica, comincia ad arrampicarsi sull’irto e gelido muro della società contemporanea, giustificando infine ogni pena con un senso di rara e preziosa fattura: provare a cambiare il mondo.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival Locarno


Schede tecniche

La morsure

Regia e sceneggiatura: Romain de Saint-Blanquat
Attori: Léonie Dahan-Lamort, Lilith Grasmug, Cyril Metzger, Maxime Rohart, Fred Blin
Fotografia: Martin Roux
Montaggio: Sanabel Cherqaoui
Anno: 2023
Durata: 90’

La voie royale

Regia: Frédéric Mermoud
Sceneggiatura: Anton Likiernik, Frédéric Mermoud, Salvatore Lista
Attori: Suzanne Jouannet, Marie Colomb, Maud Wyler, Cyril Metzger, Marilyne Canto
Fotografia: Tristan Tortuyaux
Montaggio: Sarah Anderson
Anno: 2023
Durata: 107’
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LOCARNO 75 – Last Dance, di Delphine Lehericey

17/8/2022

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​Germain ha 75 anni. Uomo tranquillo e riflessivo, accanito lettore, vuol bene alla moglie Lise e mal sopporta l’invasività dei loro figli. Quando un giorno all’improvviso si ritrova vedovo, il suo unico desiderio sarebbe poter vivere in pace il dolore, progetto reso pressoché impossibile dal continuo assalto di parenti e vicine di casa che lo disturbano a suon di martellanti telefonate, consegne quotidiane di pasti e turni di compagnia stabiliti con certosina precisione. La vita di Germain potrebbe comunque incastrarsi nelle pieghe della malinconia, se non fosse che ha una promessa da rispettare: portare a termine ciò che Lise aveva iniziato prima di andarsene, ovvero partecipare a uno spettacolo di danza contemporanea. Un mondo totalmente sconosciuto gli si apre così davanti agli occhi.

Presentato nella sfarzosa cornice di Piazza Grande a Locarno e vincitore del premio del pubblico, Last Dance è un film di produzione svizzero/belga che si pone come inno all’amore senza fine, e al contempo come esempio di una riscoperta di sé in grado di superare imbarazzi, limiti e confini mai nemmeno avvicinati. La regista e sceneggiatrice Delphine Lehericey sfrutta le coreografie di Maria Ribot, qui in veste di attrice ma nella realtà ballerina e artista visiva di successo (ha conseguito il Leone d'Oro alla Biennale Danza di Venezia nel 2020), e dopo il complesso ritratto adolescenziale del precedente Le milieu de l’horizon, crea il toccante disegno di un soggetto anziano che nell’ottemperare il patto con la compagna perduta le (e si) regala un afflato di romantica eternità.

Non è un caso se Germain, interpretato con sincera partecipazione dal sempre bravo François Berléand, tiene sul comodino accanto al letto À la recherche du temps perdu di Proust. Tra una pagina e l’altra, il suo romanzo esistenziale si arricchisce di un capitolo prima impossibile da prevedere, nel quale la recherche si traduce nel significato del movimento, nella liberazione del corpo, nello scioglimento dell’afflizione attraverso l’ipnotica celebrazione del gesto sinuoso, possibile eccome anche in età avanzata, a patto di lasciar defluire pregiudizi e timidezze.

La missione di Germain diventa inoltre una fuga dalle insopportabili insistenze di chi gli sta intorno, soffocanti figure iper-protettive convinte di fornirgli un necessario aiuto quando invece lui vorrebbe semplicemente essere lasciato in pace. Le sproporzionate attenzioni scatenano l’effetto opposto, totale insofferenza e persino piccole vendette (le torte quotidiane preparate dalla vicina date da mangiare al gatto, i telefoni staccati di proposito), perché l’indipendenza è un’anelata virtù, così come lo è mantenere il segreto sul luogo dove Germain inizia a recarsi ogni giorno (il teatro), al fine di evitare ulteriori ingerenze.
​Le prove dello spettacolo sono un intimo e silente legame con cui mantenere il filo della passione prima di salutare davvero Lise e traghettarla verso l’aldilà, e si rivelano un supporto essenziale (questo sì) per combattere la nostalgia senza crollare. Nei passi inventati su quel palco, misurati eppure carichi di mistero e seduzione, Germain consacra decenni di felice relazione con la donna della vita e le indirizza un ultimo e commovente bacio.

Last Dance, per alcuni aspetti affine al recente e pregevolissimo C’est ça l’amour con Bouli Lanners, è un lavoro che tenta di abbinare commedia e dramma, serie riflessioni sulla terza età e tocchi di ilarità, mondo del cinema e peculiarità della danza, senza inventare nulla. La regia si amalgama con le coreografie studiate dalla Ribot, trovando momenti di notevole forza visiva e idee ragguardevoli (i teneri messaggi alla moglie defunta scritti a mano su bigliettini poi nascosti nei libri in biblioteca), ma la struttura d’insieme risulta prevedibile in ogni sviluppo. Ciò peraltro non elimina il preminente fattore umanistico, abile a far breccia senza sforzo nel cuore dello spettatore, per una storia in fondo basilare e tuttavia densa di valore.

Per un’opera di questo genere, affidarsi a volti giusti non è elemento secondario. La decisione di puntare su Berléand risulta vincente, e non dispiacciono nemmeno le presenze, accanto ad attori non professionisti, di qualche faccia piuttosto nota. Tra loro Déborah Lukumuena, già vista nell’apprezzabile Divines (per il quale si aggiudicò un César) insieme a Kacey Mottet-Klein, arrivato a Locarno da ragazzino sette anni fa per l'anteprima di Keeper di Guillaume Senez e nel frattempo diventato adulto.

Un titolo come Last Dance può essere accusato di strizzate d’occhio alla platea, ridondanze, eccessiva melensaggine. Non del tutto a torto. Ma se è vero che il concetto di grande film risiede altrove, è altrettanto vero che siamo di fronte a una pellicola delicata, emozionante e dolce come le fusa feline. Di questi tempi, non è poco.

«Tu es avec moi, pour toujours.»

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Locarno 75


Scheda tecnica

Titolo originale: Last Dance
Anno: 2022
Durata: 84’
Regia e sceneggiatura: Delphine Lehericey
Fotografia: Hichame Alaouié
Montaggio: Nicolas Rumpl
Musiche: Nicolas Rabaeus
Attori: François Berléand, Kacey Mottet Klein, La Ribot, Déborah Lukumuena, Astrid Whettnall 
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LOCARNO 75 – Before I Change My Mind, di Trevor Anderson

11/8/2022

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​«Robin è un maschio o una femmina?»

Con questa domanda, destinata a non trovare definitiva risposta, inizia Before I Change My Mind, lungometraggio d’esordio del regista canadese Trevor Anderson, già autore di corti selezionati in importanti festival e qui all’opera prima sulla lunga distanza. Il film, collocato nella sezione Cineasti del Presente e proiettato in anteprima mondiale a Locarno 2022, pone un interrogativo di per sé atavico, perlomeno sulla carta, su cui si fonda la base di un lavoro che cerca però di andare oltre l’identità di genere, mettendo il concetto stesso di persona su un piano superiore rispetto alla connotazione sessuale.

L’adolescenza è protagonista di tanti lodevoli titoli di questa edizione locarnese. Dai francesi Stella est amoureuse, Petites e Astrakan, fino alla pellicola qui in oggetto, il processo di crescita, conoscenza e affermazione di sé risulta preponderante in un folto numero di visioni, contraddistinte da acume e brillantezza in fase sia di scrittura che di direzione attoriale. In tale mosaico si inserisce molto bene il lavoro di Anderson, al cui centro troviamo appunto Robin, ragazzo (o ragazza?) tredicenne appena trasferito/a dagli States alla cittadina canadese di Alberta, insieme al padre. La sceneggiatura descrive l’arrivo nella nuova scuola, la complessità dell’ambientamento, i dileggi e le umiliazioni da parte dei coetanei, confusi di fronte a questa sorta di "caso alieno" che non riescono a identificare, a catalogare. 

In Robin, nonostante le derisioni, scatta invece l’attrazione verso Carter, bulletto della classe; i due stringono una particolare amicizia, durante la quale i veri sentimenti di Robin vengono gelosamente mantenuti sottotraccia, salvo poi mordere la luce quando il duetto diventa un triangolo, per l’inserimento dell’affascinante compagna Isabelle. Gradualmente si sviluppa allora una giostra di turbamenti che più o meno tutti noi abbiamo provato a quell’età: risate innocenti, cocenti delusioni, parole non dette, timidi baci, reazioni inconsulte, gesti pericolosi e biasimevoli compiuti per impressionare e/o sentirsi parte di qualcosa, attimi di dolcezza, singulti di rabbia. Al quadro si aggiungono inoltre isolate immagini in flashback in cui ci viene suggerito un passato di dolore e probabile abbandono.

Tutto questo accade senza mai svelare il segreto, ovvero senza confessare l’appartenenza di genere relativa a Robin. La questione resta sospesa nell’aria, poiché lo scopo del regista è allontanare da giudizi morali incentrati sulla ristretta gabbia maschio/femmina, affinché lo spettatore possa accettare (o perché no anche rifiutare) le azioni del/della protagonista senza influssi contaminati. Ciò che viene mostrato accantona dunque la soluzione al dubbio per innalzare la sopracitata idea di persona, solo in quanto tale e come tale da valutare, amare, apprezzare o respingere. Ne consegue un racconto stratificato che rifugge la mera classificazione per farsi materia narrativa libera.

Before I Change My Mind, non privo di riferimenti autobiografici, colpisce nel segno sotto ogni aspetto. Lo fa con invidiabile brillantezza, lasciandosi cullare dall’ottima intuizione di posizionare il film nei fiammeggianti anni Ottanta, di cui ricostruisce e sfrutta (benissimo) spazi, musiche, sensazioni, tanto che a tratti pare di assistere quasi a uno spin-off di Stranger Things (senza l’elemento horror). 

Riviste sconce rubacchiate qua e là da leggere di nascosto dai genitori nella casa sull’albero, computer con i floppy disk, biciclette, calzette bianche, bolle di sapone: Anderson ci immerge senza fatica in quel mondo, in quell’epoca, regalandoci un’ora e mezza sempre coinvolgente durante la quale intelligenti riflessioni umane e umanistiche si accompagnano a scene di irresistibile ilarità, dal grottesco musical religioso (con 99 esilaranti frustrate) alle signore sole che invitano un uomo a cena e si ubriacano senza ritegno, dalla folgorante scoperta del punk, con immediato stravolgimento del look a improbabili splatter gore in VHS che provocano ai ragazzi un gran sonno invece di spaventarli. 

Il clima resta quindi leggero, ammiccante, nel senso però migliore del termine, perché in Before I Change My Mind la complicità tra regista e pubblico non diminuisce affatto la sostanza, incarnata da un nugolo di efficaci giovani interpreti tra i quali spiccano la luminosa Lacey Oake e Vaughan Murrae, nella realtà attore non binario (soggetto che al di là del sesso attribuito alla nascita non si riconosce nel tradizionale schema maschio/femmina). Un legame forte tra personaggio e vita vera, perfetto per donare ancora più credibilità a un’opera che risalta per acume, spontaneità e freschezza.

​Senza bisogno di alcun "genere" precostituito.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Locarno 75

​
Scheda tecnica

Regia: Trevor Anderson
Sceneggiatura: Trevor Anderson, Fish Griwkowsky
Anno: 2002
Durata: 89’
Musiche: Lyle Bell
Fotografia: Wes Miron
Montaggio: Justin Lachance
Attori: Vaughan Murrae, Dominic Lippa, Lacey Oake, Matthew Rankin

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LOCARNO 75 – Stella est amoureuse di S.Verheyde / Petites di J.Lerat-Gersant

8/8/2022

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Il Festival di Locarno torna a pieno regime, dopo due edizioni chiaramente difficoltose, e lo fa senza alcun tipo di restrizione (meglio evitare impietosi confronti con la realtà italiana), proponendo un programma come sempre stimolante, variegato e ricchissimo.

Nelle sezioni, competitive e non, grande spazio per il cinema francese, rappresentato da un folto numero di pellicole in anteprima mondiale. In Piazza Grande trovano posto tra le altre Annie Colère con Laure Calamy, Last Dance con François Berleand e Une femme de notre temps con Sophie Marceau. Senza tralasciare Paradise Highway, di produzione americana ma interpretato dalla meravigliosa Juliette Binoche, elegante e splendente anche durante la conferenza stampa svizzera. 

Nel concorso internazionale ecco invece Stella est amoureuse, di Sylvie Verheyde, vero e proprio sequel di Stella, film diretto dalla stessa regista che nel 2008 si era posto come perfetto esempio della capacità unica del cinema d’Oltralpe di descrivere con naturalezza ed empatia le mille oscillazioni della giovinezza. La Verheyde torna dunque a quel personaggio, ne ripropone lo stesso tipo di radici e alcuni degli attori (in particolare Benjamin Biolay), spostando però l’attenzione verso una ragazza ormai cresciuta e alle prese con il passaggio dall’età adolescenziale agli albori dell’età adulta. 

La Stella che vediamo oggi è reduce da una vacanza estiva in Italia e sta per affrontare il termine delle scuole superiori, con lo spettro del vicino esame di maturità e un futuro davanti al momento privo di idee consistenti. Siamo negli anni Ottanta, tempo di scoperte, eccitazioni e sollecitazioni palpitanti ma anche in grado di confondere e confondersi.
​La protagonista trascorre ore con amiche vecchie e nuove, segue le lezioni in classe con poca voglia, scopre le notti trasgressive in discoteca e conosce un ballerino di colore di cui pare innamorarsi. In lei si assommano e accavallano sintomi di ribellione, desideri di affermazione della propria personalità, iniziazioni sessuali, sensi di inadeguatezza di fronte a ciò che la società chiede. Intorno invece scorrono con malcelato fallimento le frustrazioni di una madre abbandonata e indebitata e di un padre immaturo che cerca con scarsi risultati di creare una nuova famiglia. 

Le riflessioni morali e ontologiche di Stella est amoureuse viaggiano in stretto contatto con il periodo di ambientazione della vicenda, appunto gli Ottanta, attraverso un’operazione che può ricordare il recente Eté 85, ma con esiti più felici. Laddove infatti la pellicola del solitamente sempre lucido Ozon soffriva di un certo schematismo, qui lo spettatore è catapultato in un mondo trascinante, dipinto con i ritmi delle bellissime canzoni dell’epoca, sparate a volume consistente nelle molteplici sequenze collocate all’interno del locale che la ragazza inizia a frequentare con assiduità.
​Proprio in quel contesto il film apre le ali, grazie alla capacità di far percepire atmosfere, suoni, sudori e sapori intrisi di realismo, accompagnati dal ritmo forsennato della musica, dei suoni ipnotici, delle note di cui seguire la cadenza passo (di danza) dopo passo. Stella balla, noi con lei, in un vortice di movimento e luci stroboscopiche in fondo anch’esse ben raffigurative per ciò che concerne la sete di vita della ragazza, ma anche i tanti dubbi di un cuore ancora lontano da certezze e solidità.

La Verheyde padroneggia in modo invidiabile la notte, non perde di vista la sua ritrattistica nemmeno di giorno e veleggia su coordinate che la avvicinano allo straordinario Mektoub My Love di Kechiche, naturalmente senza volerne paragonare l’efficacia complessiva. Il suo lavoro è comunque attento, mai compiaciuto e incontra l’essenza della talentuosa attrice Flavie Delangle, le cui mutazioni improvvise di sguardo, gesti e reazioni forniscono il volto giusto a una donna in erba che in fondo alla fine può decidere una sola cosa, la migliore: cogliere l’esistenza così come viene, giorno dopo giorno. Domani si vedrà. 

Sentimenti uguali e contrari per Camille, sedicenne punto focale di Petites, opera prima di Julie Lerat-Gersant, in concorso nella sezione Cineasti del presente. Incinta senza averlo voluto, l’anti-eroina del film cerca di sbarazzarsi in autonomia del fardello, fallisce il tentativo e viene mandata dal giudice minorile in una casa famiglia, dove fino a parto concluso dovrà coabitare con altre ragazze in condizioni più o meno simili alle sue. Strappata dalle pareti domestiche, costretta in un luogo che lei vede come ingiusta prigione, Camille sfoga rabbia e frustrazione, salvo poi poco alla volta stringere amicizia con qualcuna delle sue forzate coinquiline. Il bimbo che porta nel ventre continua a essere un peso; la decisione è liberarsene appena sarà nato, darlo in affidamento. I mesi che mancano al parto riusciranno a modificare questa dura scelta?

Petites è un disegno filmico che racchiude storie di madri obbligate, mancate, sbagliate. Camille, innanzitutto, ma anche la di lei genitrice, amorevole però totalmente incapace di assistere la figlia con un minimo di costanza e lucidità. Insieme a loro le altre ragazze che attraversano l’opera, tra sofferenze, distrazioni, pentimenti, cocenti e reiterati errori. I maschi restano in disparte, quasi sempre volatili o dannosi, salvo un fidanzato che in fondo il bimbo forse lo terrebbe ma non ha alcuna idea di cosa significhi assumere una tale responsabilità, né può comprendere il travaglio interiore che incombe in chi ha il compito di mettere al mondo un figlio, voluto o meno.

L’esordio di Julie Lerat-Gersant all’inizio pare incanalarsi su sentieri già battuti, senza aggiungere connotazioni significative. Con lo scorrere dei minuti i toni però si alzano e approfondiscono, regalando al film maggiore intensità e freschezza, sino a toccare nodi narrativi ed emotivi che sanno condurre a una sincera commozione.

Stella e Camilla: anime forti e insieme fragili, in cerca di comprensione, verità e felicità, nel percorso a ostacoli lungo l’impervia scalata verso l’avvenire.

Alessio Gradogna

Sezione di riferimento: Festival Locarno

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Schede tecniche

Titolo originale: Stella est amoureuse
Anno: 2022
Regia: Sylvie Verheyde
Durata: 110'
Sceneggiatura: William Wayolle
Cast: Flavie Delangle, Marina Foïs, Benjamin Biolay
Fotografia: Léo Hinstin
Montaggio: William Wayolle
Musica: NousDeux The Band

Titolo originale: Petites
Anno: 2022
Regia e sceneggiatura: Julie Lerat-Gersant
Durata: 90'
Cast: Pili Groyne, Romane Bohringer, Victoire Du Bois, Lucie Charles-Alfred
Fotografia: Virginie Saint-Martin
Montaggio: Mathilde Van de Moortel
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