Soltanto Luchino Visconti nel 1967 aveva in precedenza provato a portare al cinema il capolavoro di Camus, con risultati tutt'altro che esaltanti. Ozon riesce nell'impresa, trovando un sorprendente equilibrio tra rispetto della materia di base e aggiornamento della stessa, fedeltà alla storia e inserimento della propria poetica. La tragedia dell'antieroe Meursault, modesto impiegato di Algeri con pochi mezzi di sostentamento e nessuna ambizione di crescita, conferma davanti alla macchina da presa i contorni di una riflessione quasi metafisica sul non senso dell'esistenza, e insieme accatasta sferzate insite in una dolente riflessione sulle norme silenziose imposte dalla società, volte a deprivare l'individuo della libertà non solo di azione, ma persino di reazione.
In un luccicante bianco e nero, già sfruttato da Ozon nell'ottimo Frantz e qui scelto per motivi stilistici ma anche economici, si snoda il ballo surreale di un protagonista che fa dell'insensibilità agli eventi una ragion d'essere intoccabile. La morte della madre, l'inizio di una relazione sentimentale, la violenza subita da persone e animali, la sofferenza altrui; tutto è sinonimo di indifferenza, di non motivazione ad agire e reagire. Meursault è un osservatore ignavo senza coscienza attiva, uno straniero in luogo straniero ma soprattutto un estraneo ai dogmi comportamentali della gente comune.
Non importa vedere per un'ultima volta il corpo ormai defunto della genitrice e piangerne il decesso, non importa amare oppure no, sposarsi oppure no: qual è la differenza quando il significato di ogni cosa è racchiuso nell'oblio dell'indefinito? E se a un certo punto lo scialbore del quotidiano lascia posto a un gesto efferato, perché pentirsene? Perché affidarsi a Dio oppure a qualsiasi altro accenno di speranza o redenzione?
Ozon fluttua nel limbo dell'apatia lasciandoci al contempo provare concrete sensazioni tattili; affonda a piene mani nello stordimento, nella freddezza glaciale, senza peraltro privarsi e privarci della sensualità epidermica dei corpi bagnati (con annesse suggestioni erotiche rapportabili a momenti del già citato Frantz); si muove sul crinale della rarefazione ma include elementi di netta tangibilità: dicotomie che trovano ammirabili punti d'incontro, favoriti dalla bravura dei suoi attori, in particolare Benjamin Voisin e Rebecca Marder, fili sottili in bilico tra fanciullesco inerte stupore e materico languore.
Al centro di tutto sempre Meursault, condannato dal tribunale della coscienza civile non per un atto brutale, bensì per la presunta insostenibile mostruosità della non emozionalità. Perché se nella terra di Algeri, sottomessa all'abuso della colonizzazione, muore un arabo, poco interessa; se però un uomo esce dai canoni espressivi attesi, accettati, obbligati da non si sa quale legge universale, la ghigliottina affila la sua lama, magari tra le dune sulla sabbia, in un quadretto onirico di bergmaniana rimembranza.
Girato in Marocco a Tangeri, premiato con un (generoso) César a Pierre Lottin, impreziosito dalla presenza mai fatua di Denis Lavant e idealmente diviso in due parti, tra propedeutici flashback del recente passato e tempo presente, L'Étranger, nei suoi ritmi cauti ed elegiaci, è splendido nella prima metà. Un po' meno nella seconda, più ordinaria nello stile e didascalica nello sviluppo.
Considerando però la difficoltà di tradurre in immagini un soggetto così ostico, per certi versi alla stregua di un pasto nudo cronenberghiano (scritto da Burroughs proprio a Tangeri), Ozon, anche sceneggiatore, si lascia applaudire una volta ancora, nuotando con coraggio tra passione e nichilismo, eleganza e astrattismo, abbacinante sole e impenetrabile mistero. Oltre i canoni della ragione, poiché in fondo, molto semplicemente, «la vie est absurde».
Alessio Gradogna
Sezione di riferimento: La vie en rose
Scheda tecnica
Titolo originale: L'Étranger
Anno: 2025
Durata: 120 min
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Clément Selitzki
Musiche: Fatima al-Qadiri
Attori: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud








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