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IL PIANETA SELVAGGIO - Conoscenza e rivoluzione

27/4/2015

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«Ero solamente un giocattolo vivo che talvolta osava ribellarsi»

Tratto dal testo Oms en série dello scrittore francese Stefan Wul, Il pianeta selvaggio è il primo lungometraggio di René Laloux, autore che si sarebbe distinto nell’ambiente dell’animazione con altri due film a sfondo fantascientifico: Les maîtres du temps e Gandahar. L’opera, in equilibrio fra un certo surrealismo e il lavoro di Hieronymus Bosch, e caratterizzata da una tecnica di animazione “limitata” e fumettistica, è frutto della collaborazione di diverse forze creative in grado di dare alla luce un film ricchissimo dal punto di vista immaginativo, evocativo e ideologico.
Diretto da Laloux e animato da Roland Topor – illustratore, pittore, scrittore ma anche attore in film quali Nosferatu di Herzog e Ratataplan di Nichetti – negli studi di Jiří Trnka a Praga, Il pianeta selvaggio è influenzato dall’ambientazione europea che l’ha prodotto: il ’68 è da poco alle spalle, i fermenti culturali ancora caldi e gravidi, ma soprattutto il contesto francese è prepotente.
La Francia ha offerto due dei testi più importanti e interessanti appartenenti al contesto distopico-fantascientifico: il già citato Oms en série e La planète des singes (Il pianeta delle scimmie) di Pierre Boulle, entrambi contrassegnati da una forte componente anti specista. È proprio questa qualità che rende Il pianeta selvaggio un’opera di spessore, che “usa” il linguaggio della fantascienza – genere che «arriva da un bordello ma vuole fare irruzione nel palazzo in cui sono riposti i più sublimi pensieri della storia degli uomini» (Stanislav Lem) – per criticare il mondo che ci circonda.
In un luogo e in un tempo posteriore alla Terra che conosciamo, ma strettamente legato alle dinamiche che regolano la difficile relazione tra indigeni e stranieri, i Draag e gli Om (con)vivono sul pianeta Ygam, inospitale per lo più e urbanizzato per una piccola parte. Le città sono abitate dai Draag, umanoidi dalle dimensioni giganti che appartengono a una razza avanzatissima tecnologicamente ma che, allo stesso tempo, conserva dei rituali meditativi che permettono di viaggiare al di fuori dei loro corpi e di trovare unione con altri esseri a loro simili. Al di fuori delle mura del tessuto abitativo troviamo gli Om, esseri umani provenienti dal pianeta Terra, per lo più costretti a vivere allo stato brado come selvaggi, avendo dimenticato le proprie origini.
Alcuni Om sono invece addomesticati e utilizzati come giocattoli dai Draag più giovani. Tra questi vi è Terr, Om dalle grandi abilità fisiche e intellettive che capisce quanto il ruolo dell’educazione sia importante nella vita dei padroni e che, dopo aver potuto usufruire delle lezioni grazie a un cerchietto mnemonico da applicare alle tempie, decide di appropriarsi di questo potente “device” per donarlo ai suoi simili. Terr/Prometeo deruba e si oppone all’ideologia dominante e oppressiva per concedere il sapere – detenuto e tesaurizzato dai Draag – agli Om e favorirne la rivoluzione.
In concorso a Cannes durante la 26ª edizione del festival assieme a film del calibro de La grande abbuffata di Marco Ferreri, Un Amleto di meno di Carmelo Bene e Aguirre, furore di Dio di Werner Herzog (Quinzaine des Réalisateurs), Il pianeta selvaggio è esempio riuscito di creatività al di fuori delle barricate, un'opera che rovescia convenzioni tecniche e ideologiche per instaurare un discorso che non offre risposte ma fa sorgere domande. Montaggio e animazione si riducono al minimo e si limitano a distinguere emotivamente il percorso di Terr e degli Om che, dimentichi del glorioso passato del loro pianeta, vivono in un futuro selvaggio e violento che non può non essere un oscuro preambolo a un luminoso futuro fatto di prosperità e conoscenza.
Visionato a poco più di quarant’anni dalla sua uscita, il pregevole lavoro di Laloux si fa ammirare per la sua libertà artistico/espressiva, che trascendendo l’impostazione tecnica gli permette di non “litigare” con i tempi cinematografici in continua evoluzione.

Emanuel Carlo Micali

Sezione di riferimento: Animazione


Scheda tecnica

Titolo originale: La planète sauvage
Anno: 1973
Regia: René Laloux
Sceneggiatura: Stefan Wul, René Laloux, Roland Topor
Fotografia: Boris Baromykin , Lubomir Rejthar
Musica: Alain Goraguer
Durata: 72’

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LA MANO - Il valore della libertà

25/4/2013

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Immagine
Jîrí Trnka, pittore, illustratore e marionettista, nel 1965 realizza il suo ultimo lavoro d’animazione, il cortometraggio La mano. L’animatore cecoslovacco, che sarebbe purtroppo morto quattro anni più tardi, con questa opera tocca il punto più alto della sua creatività, grazie soprattutto alla potenza simbolica ed eversiva che appare in tutta la sua lampante lucidità. 
Apologia della libertà artistica, La mano ci mostra il destino di un vasaio-scultore che riceve da un’enorme mano l’ordine di modellare un monumento grandioso a lei dedicato. L’artista rifiuta più volte ed essa, dopo esser ricorsa a doni e soldi per corromperlo, passa alla violenza. Il vasaio non può che obbedire e, rinchiuso in una gabbia, modella una mano di marmo.
Meraviglioso esempio di animazione “a passo uno” (stop motion), La mano appartiene a un periodo particolarmente fortunato della carriera di Trnka, ovvero quello successivo a Sogno di una notte di mezza estate del 1959: circa un lustro di cortometraggi in cui il regista boemo – dopo aver tentato tutto ciò che si poteva fare con film di marionette, sperimentato tutti i generi dalle favole fino agli antichi tempi eroici – cerca, riuscendovi, di investigare la contemporaneità a lui contigua approdando ad una animazione di genere civile ed impegnata. Difatti i toni si fanno più cupi, più introspettivi, e la gravità della situazione di una nazione, quella cecoslovacca, stretta nella morsa tra occidente e oriente – tra sogni mitteleuropei pangermanici prima e influenze politico/culturali socialiste poi – entra con forza nel tessuto scrittorio da La passione del 1962 fino a La mano. 
Jîrí Trnka, attraverso il personaggio del vasaio-scultore, dà vita ad un antieroe che si fa carico del peso del proprio ruolo e, pur di perseguire la libertà contro il controllo oppressore dell’ideologia di Stato, va incontro alla morte. Se da un punto di vista tematico questo cortometraggio appare di una poeticità unica, toccante ma greve, lo stile messo in scena da Trnka non può che accrescerne il valore simbolico. Se prima di lui uno dei problemi più difficili da risolvere era quello legato all’animazione del viso, egli intuisce che il volto e la fisionomia del pupazzo da animare deve essere più simile a quello della maschera teatrale che a quello dell’attore in carne e ossa. 
Così, il protagonista de La mano si mostra come il perfetto personaggio di Trnka: occhi dipinti che suggeriscono una certa fissità e indefinitezza dello sguardo, e una bocca immobile che tocca gli apici più tragici dell’incomunicabilità; il tutto gestito con sapienza nell’uso dell’illuminazione e della messa in scena. Proprio a quest’ultima, e al montaggio, va la capacità di caratterizzare così bene sia l’artista che la mano. Incredibile, a tal proposito, la sequenza centrale del cortometraggio in cui essi, su un contrappunto jazzistico, si danno battaglia per conquistare la libertà da una parte e il potere dall’altra.
Il finale di questa opera filmica ci offre un affresco chiaro e sardonico della contraddittorietà del potere: l’artista riesce a scappare dal suo oppressore che, però, ne causa la morte. Al vasaio sono così riconosciuti dei magnifici e pomposi funerali di stato con tutti gli onori. Visione tragicomica di un’apologia al lavoro creativo e critica dissacrante, ma mai deprimente, del potere costituito, La mano di Jîrí Trnka segna l’apice della poetica del regista boemo e del cinema d’animazione cecoslovacco. Un’opera da (ri)scoprire, da godere e su cui riflettere.

Emanuel Carlo Micali

Sezione di riferimento: Animazione


Scheda tecnica

Titolo originale: Ruka
Anno: 1965
Regia: Jîrí Trnka
Sceneggiatura: Jîrí Trnka
Durata: 19’

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